EIHEI DOGHEN IL PROFETA DELLO ZEN

By parva-res-admin

25 Aprile 2019

Giuseppe Jiso Forzani, EIHEI DOGHEN IL PROFETA DELLO ZEN, EDB

 

1.

Doghen è contemporaneo di San Francesco anche se vive nel Giappone meridionale.

La tradizione buddista ha tramandato e prodotto una miriade di testi chiave riguardanti il buddismo e Doghen ha cercato di fare una sintesi di queste dottrine riportando il cammino buddista alla sua essenza.

2.

Lo Zen che egli ci tramanda è quello “SOTO”, il cui cuore è lo “zazen”: la pratica del silenzio del corpo e dello spirito come via di accesso alla vera e autentica natura dell’esistere qui e ora.
3.

Praticando lo zazen io ricevo quell’apporto di verità che il buddismo offre al mondo intero: l’umile e feconda memoria del nulla da cui provengo e che mi costituisce uomo libero che vive ora e qui.

4.

Il vero senso della vita risiede in quell’oltre gli opposti che si attua vivendo,dall’interno, gli opposti stessi. Nel cristianesimo questo è AMORE: coesistenza del “il padre che crea” e della “la cosa creata”in ogni manifestazione della realtà, così ben evidenziata dai due rami della croce.

5.

Quella dello Zen è natura autentica, compresenza del  IL LIMITE e del L’ILLIMITATO in ogni qui  e di L’IMPERMANENTE  e di L’ETERNO in ogni attimo.

6.

L’aspetto religioso che manca al cristianesimo occidentale esperto nel nominare il nome di Dio, è l’aspetto religioso del non nominare Dio.

7.

Il fatto di chiamare Doghen “profeta” dello Zen è perché il messaggio che trasmette è più grande del contenitore che lo racchiude. Egli è profeta perché vede tutto il tempo mentre i suoi contemporanei vedono solo il momento limitato: genjokoan = il presente che si fa presente con evidente profondità.

8.

I sacri testi non sono rivolti solo ai monaci ma anche ai laici. Doghen scrive in giapponese e non in cinese (che allora era la lingua “dotta”); nonostante il suo intento era di parlare a tutti, alla sua morte i suoi scritti sono stati “secretati” per cui c’è stato un oblio di quasi quattro secoli. Solo nel 1700 infatti sono stati recuperati.

9.

Doghen in Oriente è considerato come San Tommaso in Occidente. Egli cerca di testimoniare come l’universale si svela ed è sempre attuale nel singolo caso individuale. E, come profeta,interroga,disturba,provoca, smuove. Propone una religione dell’esperienza, una via da percorrere nella pratica. E’ l’esperienza che ogni essere vivente fa per il solo fatto di essere vivo: è una esperienza personale e universale nello stesso tempo.

10.

La speranza,la necessità del mondo futuro sta nell’incontro fra le religioni: incontro che produrrà un frutto nuovo.

 

 

11.

Frase di Gotama Sakyamuni (= Budda storico):

“Ho raggiunto la Via in unione con tutta la terra e tutti gli esseri animati e inanimati. Tutto, montagne,fiumi,alberi,ogni cosa diviene Budda”

12.

Buddismo = è l’insegnamento di Budda,personaggio storico indiano, Gotama SIDDARTA SATYMUNI, vissuto in India nel V secolo a.C.

13.

BUDDA = persona che ha aperto chiaramente gli occhi al vero modo di essere del tutto.

Non si basa dunque su nessuna dottrina rivelata. La tradizione buddista consiste non nella trasmissione di istituzioni,culti,dottrine, credenze particolari, ma è la trasmissione di un atteggiamento globale di ricerca ed attivazione della VIA che caratterizza il Budda storico e tutti i suoi seguaci.

14.

Il buddista è chi si dedica concretamente a una condotta di vita che si rifà all’insegnamento di Budda. Ciò che conta nel Buddismo è il modo di porsi nei confronti della realtà (o meglio nella realtà) piuttosto che le teorie o le conclusioni che si elaborano riguardo la realtà.

  1. Budda parte dall’esperienza del dolore e giungerà a pronunciare quattro sante verità:

– la verità della sofferenza;

– la verità dell’origine della sofferenza;

– la verità della cessazione della sofferenza;

– la verità della via che porta alla cessazione della sofferenza.

Il Buddismo non chiede di credere in queste verità, ma di verificare nella propria esperienza se davvero si tratta di verità, come ha fatto lo stesso Budda.

15.

Il dolore come esperienza non muta (= l’uomo di oggi prova dolore come quello di 1000 anni fa).

Muta però da persona a persona, da cultura a cultura e mutano i mezzi per affrontarlo. Budda parte da qui: nella vita esiste il dolore;non esiste una spiegazione al dolore, ma solo un’ORIGINE. La mancanza di un motivo evidente non significa che il motivo non ci sia. Alla fin fine l’origine del dolore è l’esistenza stessa: c’è dolore perché c’è la vita. Ma se c’è un origine c’è anche una fine. Ma la fine non è la morte bensì la quarta via enumerata da Budda.

E’ la via che passa dal dolore, attraversa il dolore e conduce alla liberazione. E’ questa via di cui l’uomo deve occuparsi, percorrendola. Il punto di arrivo non è una spiegazione del dolore,non è una comprensione, ma un modo di vivere, momento per momento, che dischiude una visione, di fede e di comprensione, in cui ogni cosa prende il suo posto, una visione che libera non solo noi, ma la realtà tutta.

16.

Verso il primo secolo dopo Cristo avviene una divisione tra

Buddismo Hinayana (= del piccolo veicolo)

e

Buddismo Mahayana (= del grande veicolo)

Questa divisione avviene a causa della eccessiva severità della Via così come indicata dal Buddismo originario. Sembra che il motivo principale sia dovuto al fatto che la terza via aveva preso il sopravvento come “desiderio” da realizzare a tutti i costi. Ma una religione che ha come scopo l’appagamento di un desiderio personale non è vera religione. Il passaggio al Grande Veicolo rappresenta il tentativo di superamento di questo scoglio, ritornando all’autenticità dell’insegnamento del Budda: non trovare una soluzione, ma percorrere in prima persona la via indicata.

E’ Mahayana il Buddismo che si sviluppa in Cina, Tibel,Giappone,Corea,Vietnam.

17.

Questo passaggio richiama, nel suo meccanismo, il passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento, dalla Legge alla fede nella Grazia per il Cristianesimo.

18.

Quale è l’essenza, il cuore del Buddismo?

E’ il principio che il Sé  si basa esclusivamente sul Sé. Dire inoltre che il Buddismo è una Via, affermiamo:

  • che si tratta di un cammino personale, in quanto è ogni singolo individuo che percorre quel cammino a renderlo di fatto una via;
  • che si tratta di un cammino globale perché ogni singolo individuo che lo percorre è un elemento della via.

 

19.

Tra i patriarchi indiani dello Zen c’è NAGARJUNA,vissuto tra il 100/200 d.C.

Egli afferma che non è possibile affermare né negare in modo definitivo ed esauriente l’essere e il non essere di qualsiasi cosa. Non c’è modo di dire l’essenza della realtà che sfugge ad ogni definizione, tanto soggettiva che oggettiva. Questa INSOSTANZIALITA’ di ogni cosa è detta Sunyata (=vuotezza,vacuità). La verità in quanto tale “ciò che è” è identica al “vuoto”.

La verità “nel più alto senso”, che è diversa dalla verità temporanea del mondo fenomenico, è “l’indicibile”, l”impensabile”. Questa vera essenza è inesprimibile perché la vera essenza delle cose è al di fuori del regno della conoscenza umana e non può mai essere trasmessa a parole.

20.

L’insostanzialità non deriva solamente dall’incapacità di definire qualunque cosa ma anche dalla transitorietà di qualunque fenomeno. Quello che noi chiamiamo “Io” non sfugge a questo principio. Eppure come negare che esista un sè composto di innumerevoli aggregati? Come negare un filo conduttore?

21.

La Via di mezzo indicata dal Budda indica il processo di auto sviluppo della forza vitale universale che non dobbiamo intendere né come entità immutabile né come non –essere,niente.

Lo zazen insegnato da Budda è questo: tendere alla forma ideale di pratica della via di mezzo, cioè essere strumento della manifestazione della vita universale senza frapporre ad essa alcun filtro. Una delle difficoltà più grandi alla realizzazione di questo è l’idea radicata nel nostro profondo di un IO che non esiste.

Nagarjuna ci lascia dunque la concezione del “VUOTO” (=SUNYATA) come eredità più feconda del Buddismo indiano.

 

 

23.

BODHIDARMA è il primo patriarca cinese dello Zen. Siamo nel VI sec. dopo Cristo. Egli si recò in Cina in un monastero e per 9 anni rimase seduto in silenzio con il volto rivolto verso il muro. La trasmissione del Buddismo la possiamo trovare nel racconto del suo incontro con l’imperatore cinese:

 

“L’imperatore chiese : “quali meriti ho per aver diffuso il Buddismo (monasteri e favorendo monaci e traduttori di testi buddisti..) in Cina?”.

Rispose : “Nessuno”. “

 

La critica di Bodhidarma riguarda la mentalità utilitaristica dell’imperatore. All’idea del “do ut des”, al pensiero di un profitto separato dall’atto. Compiere un’azione meritoria è il premio che deriva da quell’opera: non esiste alcun merito in più,nessun premio a parte. La carità è il premio della carità. In Matteo 10,8 viene ripreso questo pensiero: “avete ricevuto gratuitamente…”; Luca 17,10 : “servo inutile” Se io posso fare qualcosa è perché ho ricevuto gratis qualcosa (= la vita).

24.

Quando poi l’imperatore gli chiede: “Chi ho di fronte?”

Risponde: “Non lo conosco”

Che non è altro che la trascrizione della Via. Conoscere, infatti, non vuol dire esaurire il mistero; il modo di essere della realtà è evidente in ogni momento ma ciò non implica che è tutto conosciuto o conoscibile.

Dopo questa risposta Bodhidarma “si sedette in silenzio verso un muro in un monastero in silenzio per 9 anni”.

25.

LA conoscenza e la consapevolezza sono cose belle e importanti, ma non sono il punto finale.

26.

Questo è il Buddismo, lo zazen di Bodhidarma:

ZA      = sedere, essere seduto

ZEN   = è la trasposizione dal cinese “chan”, a sua volta trascrizione dal sanscrito “dhyana” (=contemplazione) : indicare,mostrare,significare – e – uno, singolo, semplice.

ZAZEN = essere seduto che evidenzia la propria unicità, essere seduto che indica semplicemente se stesso. Indica anche il giusto atteggiamento nei confronti della realtà, cioè non conoscere.

26.

Bodhidarma giunse in Cina nel 527 d.C. ma fu solamente a partire dal sesto patriarca Hui Neng (in giapponese “Daikan Eno) che vive tra il 638 e il 713 d.C. , che lo Zen si diffonde in Cina.
Costui era un povero analfabeta che viveva tagliando e vendendo legna da ardere. Un giorno ascoltando un verso da un testo religioso sente il richiamo a seguire la Via del Budda, così abbandona la casa e si reca in monastero. Qui è addetto alla pulizia del riso per le sue povere origini. Un giorno il V patriarca dovendo scegliere il suo successore fa comporre ai monaci una poesia che esprima la Via.  Quella scritta dal monaco più anziano risulta la migliore: il corpo come un albero che custodisce in sé la natura autentica e la mente come uno specchio che va tenuto ben pulito con la pratica assidua in modo che la polvere non vi si depositi. Ma l’abate è insoddisfatto e fa appendere la poesia in monastero. Hui Neng si fa leggere i versi e subito compone una poesia che dice:

 

Originariamente non vi è

né albero né specchio

e dunque nessuna polvere

che possa posarsi.

 

Si fa scrivere la poesia e l’appende. L’abate la legge e coglie la profondità

della comprensione del boscaiolo e lo nomina suo successore..

Con Hui Neng la visione della realtà, che nella pratica monastica separava illusione e risveglio,persona ordinaria e persona illuminata dedita alla Via è riunificata. Ogni istante della vita è un istante della Via che non deve essere intesa come purificazione, ma come un cammino dove ogni cosa è la mia vita e non c’è scarto tra purità e impurità. In questo modo il lavoro fisico entra  far parte della vita monastica.

27.

IL PENSIERO DI DOGHEN:

 

DIVENIRE L’ESSERE : obiettivo centrale dello Zen è la conoscenza del sé, di se stessi fino in fondo. “Conoscere la Via di Budda è conoscere se stessi”.

“Se Stessi”: oggi si pensa a un Io cosciente, di un Io che si sente tale e perciò        separato da tutto il resto. La ricerca del piacere,la logica del profitto con le relative frustrazioni hanno qui la loro origine.

Si studia anche l’Io, confondendo così il piano esterno ( quello oggettivo) con quello interno (quello soggettivo). Ma l’Io che osserva e l’Io osservato non sono due realtà separate.
Lo Zen compie un’investigazione di ciò che il sé è prima della divisione in due,prima dell’osservazione di se stesso. E’ un sapere che si manifesta quando deponiamo il nostro Io cosciente, quello che analizza, separa, giudica.

Nello Zen, conoscere il sé significa deporre l’Io che oggetti vizza e osserva e lasciare che si manifesti l’Io che “è”.

Il sé che è semplicemente se stesso, che è tornato all’origine. Lasciare che ogni cosa sia quello che è senza definirla,separarla,senza farne un oggetto per un soggetto.

28.

“Satori” “Nirvana”, la perfezione che non può essere superata, i vari termini con cui viene indicata la realtà ultima non indicano una condizione particolare da raggiungere, ma la realtà stessa della vita del sé,cui nulla manca sin dall’origine senza origine e di cui io partecipo integralmente.

L’attività di ritorno al sé è l’attività necessaria di chiunque abbia aperto gli occhi alla realtà delle cose così come sono.

29.

Doghen, rimasto orfano di padre e di madre entrò nel monastero a 13 anni. Studiando le scritture buddiste cominciò a farsi domande: se,come dice il Budda, ogni cosa animata e/o inanimata vive la vita perfetta ed eterna del sé,come mai i buddisti hanno scelto la vita religiosa? Perché hanno praticato con fatica,hanno manifestato la loro realizzazione,hanno studiato e insegnato? Non è forse già tutto al suo posto? Se l’essenziale manifesta sempre e ovunque se stesso così com’è, come mai è necessario rivolgersi ad esso con lo studio e la pratica?

 

30.

Egli cercò la soluzione ai suoi dubbi nei testi finchè giunse la risposta di Myozen (1184 -1225) un maestro che affermò:

“Coloro che hanno davvero aperto gli occhi alla realtà, i budda del passato,del presente e del futuro non lo sanno, ma il tasso e la mucca lo sanno”-

Cosa significa ciò?

Il modo di vivere degli animali è IMMEDIATO:l’animale vive il presente e aderisce alle leggi di natura. Non vi è frattura tra la pratica (=il mangiare) e il fondamento  di quella manifestazione.

Gli animali, ma anche i bambini piccoli vivono in modo unificato (anche per quanto concerne il tempo:presente ed eternità sono la stessa cosa) L’animale sa che questa realtà è unica ed eterna, non pensa in termini di tempo o di eternità, non adatta il proprio comportamento a dei concetti, ma semplicemente quando mangia, mangia e quando dorme, dorme.

31.

Doghen dedica un intero libro “Essere tempo” a questa verità: non si tratta di un modo di intendere ma di vivere. Gli animali “sanno” non perché qualcuno l’ha fatto loro apprendere,ma per il semplice fatto di essere vivi. E ,contemporaneamente, possono vivere perché sanno.

Ma il loro non è un sapere frutto di conoscenza,bensì un sapere che sgorga dalla vita stessa, liberamente e per questo motivo viene definito NON SAPERE.

Per questo il Budda non è colui che impone il proprio ordine sulla realtà,ma colui che opera a ripristinare l’ordine originario intrinseco alla realtà autentica.

32.

La via indicata da Doghen è una via semplice perché consiste nel vivere ciò che è così com’è, ma è difficile da percorrere passo passo.

Per approfondire il suo pensiero e dissolvere il dubbio, nel 1223 Doghen partì per la Cina. Qui ha luogo un incontro che gli mostra l’aspetto vitale e quotidiano della pratica. Ne parla in LA CUCINA SCUOLA DELLA VITA raccontando l’incontro con un anziano monaco che aveva fatto 20 km a piedi solo per procurarsi dei funghi da offrire ai suoi confratelli. Doghen in quel periodo pensava che la pratica della Via consistesse solo nel fare zazen e che lo studio della Via consistesse nel semplice studio delle scritture,dei detti degli antichi e del Koan.

Nell’incontro con il monaco – cuoco comprese che la pratica della Via è la pratica della carne e delle ossa, del corpo che è il mezzo che percorre la Via. I segni sostitutivi delle scritture,i caratteri, sono scritti nella natura, nelle cose,negli incontri della vita, e solo in seguito vengono scritti nei libri.

Cosa sono questi caratteri?

“Ogni cosa che incontri nella semplicità della sua immediatezza”

Cosa significa pratica della Via?

“Non c’è nulla dietro le cose: ogni cosa,così com’è,esprime la verità tutta intera:per questo non c’è che la Via,che è il modo di vivere la realtà autentica di ogni cosa”.

33.

Successivamente Doghen incontra il maestro Nyojo sotto al cui guida studia e pratica per due anni e mezzo. Ciò che sciolse i suoi dubbi fu l’affermazione del maestro:

“La pratica è spogliarsi di corpo e mente,corpo e mente spogliati”

Ciò significa incontrare ogni cosa,se stessi compresi,per quello che è. Vuol dire tornare all’origine: deporre il proprio Io,le proprie attività e i propri pensieri per incontrare la realtà senza filtri.

 

34.

L’atto di spogliarsi di corpo e mente è lo stesso,identico, che sia la prima o la milionesima volta che avviene. Ogni volta è quella volta sola. Il legame poi tra pratica e comprensione è vitale: la comprensione modifica la pratica e la pratica modifica la comprensione. SI modellano a vicenda. Questo processo è senza fine.

Esempio: se uno impara a nuotare fa una cosa che prima non faceva. Tutti sanno già nuotare anche senza saperlo. Imparato a nuotare si impara una volta per tutte;ogni volta che si nuota, il nuotare è lo stesso il primo giorno come dopo 20 anni. Però se non si nuota praticamente,ogni volta che si entra in acqua,il nuoto semplicemente non c’è. E ancora: è evidente che chi nuota fa la stessa cosa (= cioè nuota) ma c’è differenza tra un nuotatore provetto e un principiante,tra chi va dove non si tocca e chi rimane a riva. E, infine,tramite il nuotatore,il nuoto manifesta se stesso. Più una persona impara il nuoto,tanto meno si osserva nuotare, tanto meno pensa a quello che sta facendo. Semplicemente nuota; acqua, nuoto,nuotatore sono una cosa sola,la forma di un’unica forza vitale.

35.

Tornato in patria, Doghen sottolineò l’importanza di fare zazen come pratica religiosa universale,alla portata di tutti:

“Le persone che ricercano il giusto modo di essere,devono soltanto sedere,senza cercare null’altro”.

Si convince sempre più che zazen sia la forma corpo-spirituale che rappresenta in modo diretto e immediato la relazione che intercorre tra l’essere che ciascuno è e la vita che lo fa essere; tra la propria esistenza e la Via universale in cui essa scorre e da cui si alimenta.

zazen è un’attività biologica: è il ritorno alle fusioni vitali nella loro nuda funzionalità.

Nello zazen occorre “lasciare aperte le mani del proprio pensiero” cioè non pensare,non afferrare più nulla per vedere il proprio volto originario,vedere il proprio viso come era prima della nascita dei nostri genitori,essere ridesti alla realtà come è, essere come il cielo che non ostacola le bianche nuvole.

36.

Il corpo è l’elemento chiave per percorrere la Via. Nel mio corpo, in me, è come se ci fosse una norma che però io trovo durante un cammino che dura tutta la vita, spesso è duro e impervio,senza soste. Apprendere la Via è un’impresa che dura tutta la vita.

“Gettato via il tuo spirito,quando smetti la comprensione basata sul pensiero e sul ragionamento,allora raggiungi”.

“Se gettata via completamente ogni considerazione basata sulla comprensione,siedi solamente con tutto te stesso,la Via è intimamente raggiunta”.

37.

Per Doghen ogni cosa ha il suo modo di essere e percorrere la Via vuol dire dare vita al modo di essere di ogni cosa. Io non devo essere più un filtro,un manipolatore delle cose,ma sciogliermi in esse,divenire lo strumento che fa fiorire ogni cosa per quello che è.

Non è un annullamento della personalità, ma la coscienza che si fa pratica concreta che non vi è in realtà separazione tra soggetto e oggetto,fra osservatore e osservato. Non ci sono momenti più importanti di altri: la vita è viva tanto quando facciamo zazen quanto quando mangiamo o ci laviamo i denti,o evacuiamo o lavoriamo.

Il modo di mettere il corpo è il modo di mettere la nostra energia vitale,che è il tesoro prezioso,l’unico che abbiamo: parafrasando il Vangelo viene da dire “là dov’è il tuo tesoro,sarà anche il tuo cuore (Mt.6,21) “.

38.

Nei suoi scritti Doghen accosta sempre le indicazioni pratiche,minuziose e circostanziate, a considerazioni che hanno come sfondo l’infinito. E’ un continuo richiamarsi tra particolare e universale, fra il singolo gesto e l’intero funzionamento,fra un istante di vita e l’eternità,fra il limite e lo sconfinato intesi come NON DUE, che è espressione più dinamica e veritiera che dire UNITA’.

Affermare “NON DUE” significa dire che in una goccia d’acqua c’è l’insondabile profondità dell’universo e che tutto l’universo intero è contenuto in una goccia d’acqua senza alterare il fatto che la goccia d’acqua è goccia d’acqua e l’intero universo è l’universo intero.

Trovare questo modo di essere e di fare è un cammino di liberazione che passa attraverso innumerevoli porte strette, ma che conduce alla vera maturazione dell’individuo.

39.

Doghen insiste anche sull’importanza della relazione tra discepolo e maestro: è necessario incontrare il proprio maestro. La relazione con il maestro e la pratica dello Zazen sono i due requisiti  necessari per percorrere la Via. Il maestro è importante perché lo Zen è, secondo antiche formule,TRASMISSIONE DA CUORE A CUORE INDIPENDENTEMENTE DALLA DOTTRINA.

Maestro e discepolo sono entrambi sulla stessa via: procedono insieme anche se con esperienze e ruoli differenti. Nello Zen si afferma che se un discepolo non supera il maestro, questi non è stato un buon maestro e quello un buon discepolo.

40.

VITA DI DOGHEN

 

Doghen nasce nel 1200 a Kimata, in Giappone da famiglia conosciuta perché serviva alla corte imperiale.

Nel 1202 il padre muore, forse assassinato, e la famiglia cade in disgrazia. Nel 1208 muore la madre. Doghen andrà a vivere dal fratellastro del padre (un poeta). Molto precocemente, a 12 anni, esprime il desiderio di diventare monaco. Nel 1213 entrò in monastero. Il suo nome è quello monastico e significa “la sorgente della Via dell’eterna pace”. Frequento diversi monasteri in Giappone e maestri, studiando almeno due volte il TRIPITAKA (= insieme dei testi scolastici del buddismo antico) formato da 100 volumi di 1000 pagine ciascuno.

Insieme a Myozen e altri due monaci, nel 1223 si recò in Cina. Sulla nave incontrò il monaco cuoco che rivelò a Doghen una visione ancora sconosciuta dello Zen. Giunto in Cina si recò nel monastero di monte Tendo, dal quale ripartì per problemi di accoglienza (sembra fosse discriminato perché giapponese) per ritornarci nel 1225 quando divenne abate il famoso maestro Nyojo che lo accoglie. Doghen lo sceglie come suo Maestro. Costui è molto severo e stabilisce una pratica impegnativa che produca la duttilità del cuore (faceva fare Zazen giorno e notte).

Poi, dopo aver copiati numerosi scritti di maestri cinesi,inediti in Giappone,nel 1227 rientrò in Giappone.

Il 5 ottobre del 1236 viene inaugurato Koshohorinyj ,il primo monastero autonomo del Giappone. L’influenza di Doghen cresce ma riceve anche ostilità dalle altre scuole buddiste che criticano le sue idee innovative. Alcuni monaci di scuole differenti tentano anche di dar fuoco al monastero.

Allora Doghen lascia il monastero e con un piccolo numero di discepoli si reca in una altra zona e fonda un altro monastero : Daibutsuji, che più avanti cambierà nome in Eiheiji. Sorge in mezzo ai monti lontano dalle linee di comunicazione,spesso isolato a causa della neve. Morì nel 1253.

41.

OPERE

L’opera di Doghen è vasta, soprattutto se consideriamo che gli scritti dei maestri zen sono rari. Nonostante ciò l’opera di Doghen è stata ignorata per secoli al di fuori della scuola Soto dello Zen. Gli scritti sono stati tenuti segreti e la lettura scoraggiata ai monaci stessi da parte della gerarchia ecclesiastica,timorosa che il respiro di libertà che vi è contenuto facesse più male che bene. Solamente a partire dal XVIII secolo, per mezzo del monaco Menzan Zuiho, l’opera di Doghen viene alla luce.

Gli vengono attribuiti 120 scritti.

Anche se oggi lo si considera appartenente alla scuola Soto, Doghen ha sempre detto di riferirsi alla NORMA DELLA REALTA’ AUTENTICA(= Slobo),alla NORMA DI BUDDA.

Spesso egli partì dal verso di un sutra, analizzando il detto di un antico maestro, interrogando e investigando una dottrina, sottoponendola ad un’analisi critica. Doghen invita sempre a non accontentarsi mai di una lettura asettica, ma ad affrontare un testo come si scala una montagna e non come la si contempla in fotografia.

Ricordiamo, tra le sue opere:

 

FUKANZAZENGHI (=la norma dello Zen che è vissuto universale)

 

JU UNDO SHIKI (=norme per la nuova sala dei monaci)

 

GAKUDO YOJINSHU (= raccolta delle attenzioni nell’apprendere la Via)

 

EIHEI DOGHEN ZENJI SHINGHI ( = regola monastica; la pura regola del maestro Zen Eihei Doghen. )

 

HOKYOKI (=testimonianza del tesoro gioioso)

 

SANSHODOCI (=poesie “Canti della via dei pini a ombrello)

 

SHOBOGHENZO (=la custodia della visione della realtà autentica. Opera principale composta di 95 libri)

 

SLOBOGHENZO ZUIMONKI  (= testimonianza dell’ascolto fedele)

 

EIHEI KOROKU (= vasta raccolta dei sermoni ed insegnamenti di Eihei)

 

 

 

 

 

ALLEGATO

 

Come meditare                                        di Doghen:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a cura di Giuseppe Fojeni                                                                             gennaio 2013

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