Carattere personale di Dio di Carlo Molari

By parva-res-admin

30 Ottobre 2020

Un articolo molto profondo ,che aiuta a riflettere sul Mistero di Dio:

Carattere personale di Dio

di Carlo Molari
in “Rocca” n. 22 del 15 novembre 2019

Un abbonato di Rocca (Dario Beltrame) mi ha inviato una lettera dove scrive: «La nostra religione crede in un Dio personale, addirittura in un Dio in tre persone, e la ricchezza di tale immagine ispira e sostiene la centralità della nostra fede. Constato in conoscenti ed amici, col diffondersi di una mentalità tecnico-scientifica, una simpatia verso un panteismo, un po’ stile new age, che si abbandona alla suggestione di un’energia diffusa di cui noi partecipiamo. Ci sono fondamenti (filosofici, teologici, antropologici) per affermare che se c’è un Dio, non può che essere personale e non un generico concetto di energia distribuita? Mi può indicare delle letture che mi aiutino ad approfondire questo aspetto?». Data l’importanza del tema e anche la sua complessità penso sia opportuno rispondere con un articolo in cui chiarire l’esperienza che soggiace alla fede in Dio. esperienza di forza o di energia vitale Credo che il dato fondamentale del cammino di maturità della fede sia costituito dall’esperienza di forza o di energia che ci sostiene. Vi è quindi un fondo di verità nella tendenza diffusa a ricorrere alla categoria di energia per descrivere il nostro rapporto con Dio, ma di per sé non nega il suo carattere personale. Se l’uomo è giunto all’esercizio della libertà e della consapevolezza e nel suo processo di crescita sviluppa la sua identità personale, a maggiore ragione si deve attribuire tale perfezione al principio che alimenta il processo creato. D’altra parte la terminologia della energia è utilizzata anche nella Scrittura Ebraica, nel Nuovo Testamento e nella liturgia cristiana. Gesù si richiamò a un’esperienza analoga quando, in polemica con i Sadducei, ha affermato: «Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi perché tutti vivono per lui» (Lc 20, 38). Del resto Gesù si muoveva in questo orizzonte come appare nell’episodio della donna che aveva perdite di sangue da dodici anni e gli toccò con fede il lembo del mantello. Gesù chiese «chi mi ha toccato?». All’intervento di Pietro: «Maestro la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia, Gesù ribatté: ‘Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me’. Allora la donna vedendo che non poteva rimanere nascosta tremante venne e si gettò ai suoi piedi e dichiarò davanti a tutto il popolo per quale motivo l’aveva toccato e come era stata guarita all’istante. Egli le disse: ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace’» (Lc 8, 43-48). Anche la preghiera nella convinzione di Gesù è in funzione della energia necessaria per affrontare in modo positivo le difficoltà della vita: «vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere» (Lc 21, 36). San Paolo ha fatto frequente ricorso alla terminologia della potenza o della energia divina sempre in azione: «Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa, come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio» (2 Cor 3, 5); «poiché è Dio, che secondo i suoi benevoli disegni opera in noi il volere e l’operare» (Fil. 2,13). Vi è infatti «un solo Dio e Padre di tutti; che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 6). Per questo rivolge l’invito ai fedeli di Efeso: «rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza» (Ef. 6,10) e agli Ateniesi parlando del Dio ignoto, a cui avevano dedicato un altare (At 17, 23) ricordava: «in lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28). A Timoteo scrive: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo » (2 Tm, 4,17). Anche il Concilio Vaticano II è ricorso alla terminologia della energia o della forza nella Dichiarazione sulle religioni non cristiane quando scrive che «presso i vari popoli si trova una certa sensibilità di quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana ed anzi talvolta si riconosce la Divinità Suprema o anche il Padre» (Nostra Aetate n. 2 EV 1, 856).
Dio persona Il termine persona riferito a Dio è limitante per gli sviluppi che esso ha avuto nella storia. Credo perciò che l’esperienza di fede in Dio creatore possa essere espressa in modo coerente nella prospettiva evolutiva ricorrendo alla terminologia della ‘forza’ o ‘energia’ attribuita a Dio in favore dell’uomo. Nel senso attuale affermare che in Dio sono tre persone rischia l’eresia del «triteismo» perché Dio è uno solo con un’unica natura, un’unica volontà e un unico intelletto. L’uso latino del termine persona in ambito cristiano si è imposto con Tertulliano nel senso di volto e analogicamente di maschera teatrale e di ruolo nella società. Inizialmente perciò è servito bene ad esprimere le dinamiche trinitarie in Dio. I cristiani greci utilizzavano due parole diverse per esprimere la molteplicità nell’unico Dio: prosopon (gli antiocheni) e hypostasi (gli alessandrini) con il rischio di reciproche incomprensioni. I latini invece utilizzarono l’unico termine persona. Ma nel Medioevo e soprattutto nella modernità il termine ha acquisito un significato più denso secondo la definizione scolastica di rationalis naturae individua substantia (sostanza individuale di natura razionale). A questo fatto è corrisposta in molti l’errata convinzione che le parole umane potessero mantenere intatti i propri significati mentre di fatto tutte le parole subiscono continui cambiamenti. Le cose si complicano ulteriormente quando le formule antiche si confrontano con culture diverse. Padre Luciano Mazzocchi, per molti anni missionario cristiano in Giappone, si è trovato di fronte a queste difficoltà quando ha riassunto con sue parole alcune espressioni di Endô Shûsaku, autore di Chinmoku, il romanzo storico da cui tratta la trama del film Silence. Ecco come esprime l’esperienza dello scrittore giapponese defunto: «Dio non è un ente che esiste a sé, ma è energia all’opera dentro di noi. Io ho raggiunto questa comprensione a una certa età quando fui in grado di osservare la traccia della mia vita come un uccello dall’alto vede la distensione della valle. Ho compreso che Dio non agisce in me direttamente, ma indirettamente. Il suo sguardo mi coglie attraverso gli occhi di un amico, di una persona che incontro, oppure da cui mi separo, persino attraverso gli occhi bagnati di un cane o quelli di un uccello che muore» (da Il curriculum di uno studente bocciato)». Oppure: «‘L’uomo nel percorso della vita immancabilmente s’imbatte in situazioni che con la sola volontà umana non può né affrontare né superare. Ma proprio in questi frangenti in cui tutto gli appare fallimentare l’uomo sperimenta che alle spalle qualcosa persiste nel trattenerlo in piedi, nel dargli la spinta a superare e andare avanti. Qualcosa di invisibile ai suoi occhi, un’energia nascosta’ (da Lo specchio dei diecimila fiori)». (Pensieri tratti da una riflessione sviluppata dopo la visione del film Silence, in Passi. Diario di un pellegrino: Vangelo e Zen, Paoline, Milano 2018 pp. 139-140). Certamente si può esprimere questa esperienza anche in modo non corretto. Ciò avviene quando si considera la propria esperienza come assoluta e si giunge a negare altre modalità di tradurre la realtà di Dio. È vero che resta il rischio di interpretare il termine energia o forza in senso imperfetto e non trascendente e di assumere un atteggiamento non corretto nei confronti dell’azione divina. Più volte ho ricordato in questa rubrica che non possiamo parlare di Dio e della sua azione come parliamo delle creature. Queste operano manipolando le realtà materiali. Dio non opera in tale modo ma offre alle creature la possibilità di agire e la alimenta lungo la loro storia. L’azione creatrice non è propria delle creature per cui non possiamo illuderci di comprenderla ed esprimerla bene, ma solo in modo analogico, attribuendo a Dio le diverse modalità delle azioni create (materiale, formale, efficiente e finale) ma unificandole in una modalità trascendente che è la presenza creatrice continua di Dio.

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