Incontri con l’anima

  • La foglia Muriel, una piccola esistenza sul grande albero della vita di Leo Buscaglia

    La foglia Muriel,
    una piccola esistenza sul grande albero della vita
    di
    Leo Buscaglia

    “ A tutti i bambini che hanno subito una perdita irreparabile, e a tutti gli adulti che non hanno saputo dare loro una spiegazione.
    Ma questo racconto è dedicato anche a Ronald, a Christine, a Meredith, Sthefanie, a Julia che intensamente vivono la primavera delle loro vite.
    E del pari a Barbara Slach, da dieci anni mia redattrice, che sarà sempre una preziosa, amatissima foglia sull’albero della mia vita”.

    La primavera era finita.
    Anche l’estate.
    La foglia Muriel si era fatta grande. La sua parte mediana era larga e robusta; i suoi cinque lobi diritti e appuntiti.
    In primavera, quando aveva fatto la sua apparizione, non era che un piccolo germoglio su un ramo abbastanza grosso, prossimo alla cima di un albero maestoso.
    Muriel era circondata da centinaia di foglie uguali a lei,o almeno così sembravano.Ma non tardò a scoprire che non esistevano due foglie uguali,neanche sullo stesso albero. Accanto a lei c’era una foglia che si chiama Marjorie. Monica era la foglia alla sua destra,mentre quella così graziosa che le pendeva sul capo aveva nome Magda.
    Erano cresciute tutte assieme;insieme avevano imparato a danzare con le brezze primaverili,a dondolarsi mollemente al sole d’estate,a lavarsi sotto lo scroscio rinfrescante delle piogge.
    Ma l’amica del cuore di Muriel era Marta.
    Marta era la foglia più grande del ramo e si sarebbe detto che fosse stata lì prima di tutte le altre. Era anche la più saggia e la più esperta,o così almeno sembrava a Muriel.
    Fu Marta ad informare le altre che facevano parte di un albero.
    Fu Marta a spiegare che quell’albero cresceva in un giardino pubblico.Fu ancora Marta che disse loro che l’albero aveva solide radici nascoste laggiù sotto terra.
    E poi raccontò del sole e della luna,delle stagioni e delle stelle.Parlò degli uccellini che si posavano sul loro ramo per intonare canti mattutini.
    Muriel era contenta di essere una foglia.Le piaceva il suo ramo e voleva bene alle sue sorelle. Che soddisfazione trovarsi lassù nel cielo,scaldata dai raggi del sole,animata dal gioco del vento,toccata dalle ombre candide e soavi della luna!
    L’estate soprattutto era stata bellissima. Che delizia quelle giornate così lunghe, così calde. E che pace in quelle tiepide notti! C’era stata gran folla,d’estate, nel giardino!Spesso la gente veniva a sedersi otto l’albero di Muriel. Marta le aveva spiegato che uno degli scopi dell’albero era fare ombra.
    “Che cosa è uno scopo?” aveva chiesto Muriel.
    “E’ una ragione d’essere – aveva risposto Marta.”Rendere le cose più gradevoli agli altri è una ragione d’essere.
    Altra ragione d’essere è far ombra ai vecchi che vengono qua sotto per sfuggire al caldo che c’è a casa loro e così pure offrire un angolino fresco ai bambini che si radunano a giocare e far vento tutte insieme alla gente che siede sull’erba a far pic-nic su una tovaglia a scacchi.
    Tutte queste sono una ragione d’essere!”

    Muriel trovava simpatici soprattutto i vecchi.Sedevano sul prato tranquilli,silenziosi,e se ne stavano così senza muoversi o quasi. A bassa voce chiacchieravano del tempo che fu.
    Anche i bambini però erano uno spasso,sebbene qualche volta incidessero sulla corteccia il loro nome o vi scavassero dei buchi.Ma pazienza!
    Era così bello sentirli ridere,vederli correre senza stancarsi.
    Presto l’estate di Muriel finì.
    Accadde in una notte di ottobre. Muriel non aveva mai avuto tanto freddo.Tutte le foglie tremavano intirizzite.Erano ricoperte da un’esile guaina bianca che infine si sciolse lasciandole bagnate di gelida guazza lucente nel sole del mattino.
    Fu ancora Marta a spiegare come stessero le cose. Disse che avevano sperimentato per la prima volta la brina.
    La brina annunciava che ormai era autunno e che tra poco sarebbe arrivato l’inverno.
    Ed ecco che quasi di punto in bianco tutto il giardino cambiò aspetto vestendosi di una grande varietà di colori.
    Non restava una sola foglia verde.
    Marjorie era diventata di un giallo intenso,Monica di un allegro arancione. A Magda era toccato un bel rosso fiamma e a Marta un bel viola austero, mentre Muriel era vestita di rosso e d’oro e di turchino.
    Le foglie erano uno splendore. Muriel e le sue amiche avevano trasformato l’albero in un arcobaleno.
    “Ma come mai siamo tutte di colore diverso”,domandò Muriel,”dal momento che apparteniamo allo stesso albero?”.
    “Ciascuna di noi è diversa. Abbiamo vissuto esperienze diverse.Ognuna si è esposta al sole a modo suo. Ognuna ha proiettato l’ombra diversamente. Come potremmo non avere colori diversi?”.Marta diceva cose piene di buon senso.
    Poi comunicò a Muriel che quella stagione si chiamava autunno.
    Un giorno accadde un fatto molto strano.
    Le brezze che in passato invitavano a ballare,presero ad infierire sulle foglie, a scrollarle,a tormentarne i piccioli.
    Qualche foglia dovette lasciare, suo malgrado, il ramo.Si staccò rimanendo in balia del vento.Volò un poco qua e là,si posò a terra dolcemente.T
    utte le foglie rabbrividirono di paura.
    “Che diavolo succede”? chiedevano le foglie bisbigliando appena.
    “E’ quanto capita in autunno”- disse Marta. “E’ tempo per le foglie di andare a stare altrove.Dicono alcuni che questo si chiama morire”.
    “E moriremo tutte?” – domandò Muriel.
    “Certo”, rispose Marta. “Non esiste cosa che non muoia. Non importa che sia piccola o grande,fragile o robusta.Per un po’ compiamo il nostro lavoro,sperimentiamo il sole e la luna,la pioggia e il vento.Impariamo a ridere e a ballare.Poi,alla fine, moriamo”.
    “Ma io non voglio!, esclamò Muriel, decisa, “tu vuoi morire Marta?”.
    “Io sì”-replicò Marta– quando sarà la mia ora”.
    “E quando arriverà?, domandò Muriel.
    “Questo nessuno può saperlo con certezza” –rispose Marta.
    Muriel si accorse che le altre foglie continuavano a staccarsi dai rami.
    “Si vede”,pensò “che la loro ora è già suonata”.
    Notò che qualcuna,prima di cadere, si dibatteva nel vento.
    Altre semplicemente si lasciavano andare e, quietamente, scendevano giù.
    In poco tempo l’albero rimase quasi nudo.
    “Ho paura di morire”, disse Muriel a Marta, “io non so cosa ci sia là dove cadiamo”.
    “E’ naturale, Muriel”, la rassicurò Marta, “chi non ha paura dell’ignoto? Però tu non ti sei spaventata quando la primavera è diventata estate.E nemmeno quando l’estate è diventata autunno.Sono stati cambiamenti naturali.E allora,perché temere la stagione della morte?”.
    “Anche l’albero muore?- chiese Muriel.
    “Si, un giorno morirà anche lui.Ma esiste una cosa più forte anche dell’albero.
    La Vita.Lei non muore mai.
    Tutti noi siamo parte della Vita”.
    “E dove ce ne andremo quando saremo morte?”
    “Nessuno può dirlo con sicurezza.E’ questo il grande Mistero!”
    “Credi che torneremo in primavera?”
    “Noi forse no, ma la Vita si.”
    “Ma allora, qual è la ragione di tutto ciò?” Muriel non la finiva più con le domande.“A che scopo siamo stati qui, se dovevamo cadere e morire tutte quante?”
    Marta le rispose con il solito buonsenso.
    “Lo scopo è stato conoscere il sole e la luna.Vivere insieme felici e contente.Fare ombra ai vecchi e ai bambini.Vestirci dei colori dell’autunno.Conoscere le stagioni.Ti sembra poco, Muriel?”
    Quel pomeriggio stesso,nella luce dorata del crepuscolo,Marta si lasciò andare. Cadde senza sforzo,e nel cadere parve sorridere, serena.
    Disse: “Per il momento,arrivederci Muriel.”
    Da quel momento Muriel rimase sola.
    Sul ramo non c’era che lei.
    L’indomani cadde la prima neve.Era soffice,bianca, carezzevole.Ma fredda,troppo fredda.
    Quel giorno fu molto breve,e il sole non comparve. Muriel si accorse di rattrappirsi, di raggrinzirsi,di scolorire.
    Faceva un freddo terribile e la neve gravava addosso.
    All’alba si levò il vento e la rubò al suo ramo.
    Muriel non sentì male.
    Fluttuò verso terra dolcemente,lentamente,in silenzio.
    Mentre cadeva,vide per intero il suo albero. Come era forte e ben piantato!
    Sicuramente avrebbe vissuto ancora molto tempo.
    Era stato parte della sua vita,e se ne andava fiera.
    Atterrò su un ponticello di neve. Era soffice e, stranamente, le parve quasi tiepido.
    In quella posizione insolita si sentì comoda come non era mai stata in vita sua.Chiuse gli occhi e si addormentò.
    Non sapeva che dopo l’inverno la primavera sarebbe tornata,che la neve si sarebbe sciolta per tornare acqua.
    Non sapeva neppure che lei,secca e ormai in apparenza priva di scopo, si sarebbe impregnata di quell’acqua e avrebbe contribuito a irrobustire l’albero.
    Ma soprattutto non sapeva che a due passi da lei, celati sottoterra,c’erano già i progetti per fabbricare foglie nuove,in primavera.
    L’inizio….

  • Incontro con l’anima: viaggio interiore di un ragazzo di 25 anni

    Questo è il “viaggio interiore” di un ragazzo.

    Mi trovo su un pianeta molto bello, verde con alberi e stradine costruite con mattoncini curati: intorno vi sono tanti animali come conigli e scoiattoli…come se mi trovassi in un grande parco dove mi è molto piacevole camminare per le stradine. Non ci sono cartelli con scritto “divieto”. Ci sono anche molte persone che passeggiano amabilmente, felici: uomini,donne,bambini e anziani, famiglie e singoli, giovani che si accampano all’ombra degli alberi suonando la chitarra. Più passeggio e più mi rendo conto che è un pianeta molto popoloso. Penso che sia la Terra ma nel senso di materia prima dove poter mettere le radici.
    Mi trovo molto bene su questo pianeta,mi sembra che tutti i problemi che mi assillano di solito siano spariti e io passeggio come un osservatore. E’ come se se ci fosse un ruscello che ,con il rumore delle sue acque, muove un’armonia generale e io partecipo di questa armonia. Mi dirigo verso il luogo più importante di questo Pianeta: è una piazza che si trova presso un crocevia da cui prendono avvio tutte le strade e nel centro si trova una fontana a due piani con zampilli e, in alto, una specie di putto alato, forse Cupido come se volesse celebrare il verro amore…c’è come il accordo di tutto.
    Prendo pian piano coscienza che sono giunto sin qui per incontrare una ragazza.
    Seduta sui bordi della fontana c’è una ragazza molto bella, fine ,con i capelli lunghi e un abito tipo damigella medioevale. Sulla fronte porta una corona floreale e sembra si stia riempiendo di questa armonia generale. e’ talmente colma di questa armonia che, sua volta, la trasmette. arrivo di fronte a lei, ci guardiamo e ci sorridiamo. Le porgo la mano e lei l’accetta dandomi la sua:al polso ha un braccialetto che richiama la flora del Pianeta.
    E’ lieve, quasi non ha peso e camminiamo insieme senza fatica mentre la sa vicinanza trasmette tanta positività.
    Più camminiamo e più sento transitare in me e quasi a toccare con mano l’atmosfera di armonia del Pianeta, come una musica che ti avvolge.
    Guardandola negli occhi mi pare di vedervi riflesso tutto il Pianeta, al punto tale che se esistessero parti del Pianeta che vanno sistemate, io li posso vedere nei suoi occhi e così andare a sistemarle e a curare il pianeta, si, perché essendo vivo il Pianeta ha necessità di essere curato.
    Ora desidero soltanto diventare parte di questo Pianeta, restarci con questa ragazza e sento che il Pianeta stesso ora è pronto ad accogliermi : è come se adesso facessi parte di un tutto: guardo nel mio petto e invece del cuore vedo il Pianeta…mi sento parte del tutto..ora tocca a me curarlo perché siamo un tutt’uno …mi sembra di essere nel sacco amniotico ma senza barriere.
    Mi sento forte,sono diventato Uomo e sono pronto a continuare il mio cammino.

  • Poesia d’anima

     

    Una mattina, leggendo un avviso funebre, ho trovato i primi versi di questa poesia. Ho così scoperto Margherita Guidacci (Firenze 1921 – Roma 1992).

     

     

    Col viso vólto ad oriente
    per aspettare l’alba
    e il cuore vólto
    ad un più chiaro oriente
    da cui verrà la resurrezione, io mi sono coricata.

    Che importa
    se per una sola notte o per tutte?
    Uno stesso Signore mi è guida
    verso l’alba e la resurrezione!

    (Margherita Guidacci)

    Vi consiglio la lettura di “LE POESIE” edizione Le lettere. Scoprirete una delle voci poetiche italiane di più assoluta, rigorosa ed appartata presenza del Novecento italiano ed europeo. Una voce poetica che ci riporta all’Anima.

  • Amicizia Intersoggettiva

    Amicizia intersoggettiva

    Tra i doni natalizi mi è giunta, a sorpresa, questa piccola tavoletta lignea (11cm x 11 cm) dipinta dal mio amico pittore Adriano.
    Alla piacevole e immediata gioiosa sorpresa iniziale, è seguita l’incantata contemplazione dell’immagine ivi dipinta che mi ha ampliato la riflessione nata durante l’ultima discussione avvenuta il 22 novembre u .s. all’interno del gruppo di ricerca Temenos.
    Senza saperlo, Adriano ha rappresentato, a mio parere,la dinamica dell’intersoggettività: due amici si accolgono reciprocamente in un abbraccio che, mentre li unisce, contemporaneamente li lascia singoli soggetti.
    Ad unirli vi è, al centro,il bambino Gesù che invia loro attraverso le braccia aperte, il fuoco della conoscenza e dell’amore che sono l’essenza della vita.
    Recita il profeta biblico Abacuc:
    “Il suo splendore è come la luce,
    bagliori di folgore
    escono dalle sue mani,
    là si cela la sua potenza” (Ab.3,4)
    I due amici sono nudi nella loro soggettività, hanno lasciato fuori dal loro rapporto la maschera del ruolo ricoperto nella vita professionale e sociale. Le loro nudità sono avvolte in un unico bianco mantello simboleggiante l’“autenticità” della loro relazione e la bellezza del loro stare insieme. Le strisce rosse rappresentano la conoscenza e l’amore che fluisce nel loro rapporto.
    Colpisce anche l’unione delle due corone luminose: anch’esse, da un lato mantengono la singolarità dei due soggetti e dall’altro si fondono quasi a suggerire che i pensieri dei due generano una conoscenza superiore.
    Leggendo il “Dialogo con Silvia Montefoschi – maggio 2006” (1) a cura di Paolo Cozzaglio, riportato su questa rivista trovo: “Se tu cogli nell’altro una Presenza,un evento che si fa soggetto attivo,che ti induce a riflettere,questo è un rapporto intersoggettivo”, e ancora: “non si dà intersoggettività se i due non si aprono a una dimensione che li trascende totalmente”.
    Questa dimensione è il “Terzo”,qualcosa di più grande dei singoli Soggetti che aiuta questi ultimi a oltrepassare i limiti dell’interdipendenza per venire all’intersoggettività.
    Qui il “Terzo” è rappresentato dal Cristo bambino quasi a significare che è fondamentale rinvenire il “bambino interiore” dentro di noi,il nucleo vitale e originario del nostro essere,per essere capaci di dare vita a una relazione intersoggettiva.
    Mi piace ricordare quanto scrive Mathias Jung nel suo commento psicologico al Piccolo Principe (2): “Il nostro pilota,incontrando il Piccolo Principe incontra se stesso. Insieme a lui ci sorprendiamo delle ricchezze che questo bambino ha dentro di sé…il mistero dell’infanzia è un prodigio,ci fa capire Saint-Exupéry.Noi persone grandi non dovremmo distruggerlo”.
    Ce lo ricorda anche Giovanni Pascoli: “E’ dentro di noi un fanciullino che non solo ha brividi ma lacrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera,egli confonde la sua voce con la nostra,e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro,e,insieme sempre,temono,sperano,godono,piangono,si sente un palpito solo,uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo,ed egli resta piccolo:noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare,ed egli vi tiene fissa la sua antica meraviglia…” (3).
    Anche l’amicizia o meglio,come l’ha chiamata il mio amico Adriano, la “Santa Amicizia” aiuta dunque a realizzare la relazione intersoggettiva che consente di crescere sviluppando le opportunità e la promessa che è celata nell’essenza di ciascuno di noi.
    Auguro a chi mi legge di poter dar vita a una “Santa Amicizia”, quella che facilita a “ riporre la propria Presenza nel Tutto (che) è l’unico modo per vivere l’intersoggettività…
    Questo è quello che avviene anche nel rapporto analitico. Si può uscire da questo rapporto soggetto-oggetto, che poi è l’interdipendenza, solo nel momento in cui, costantemente, ci si riconosce come soggetti nella Presenza del Tutto.”(1)

    1) Dialogo con Silvia Montefoschi – maggio 2006 a cura di Paolo Cozzaglio.
    2) Mathias Jung, Il piccolo principe in noi, edizioni Magi, luglio 2002
    3) Giovanni Pascoli,Il fanciullino, Universale Economica Feltrinelli,1992.

    Pubblicato sulla rivista di psicanalisi “Cepeide”

  • EIHEI DOGHEN IL PROFETA DELLO ZEN

    Giuseppe Jiso Forzani, EIHEI DOGHEN IL PROFETA DELLO ZEN, EDB

     

    1.

    Doghen è contemporaneo di San Francesco anche se vive nel Giappone meridionale.

    La tradizione buddista ha tramandato e prodotto una miriade di testi chiave riguardanti il buddismo e Doghen ha cercato di fare una sintesi di queste dottrine riportando il cammino buddista alla sua essenza.

    2.

    Lo Zen che egli ci tramanda è quello “SOTO”, il cui cuore è lo “zazen”: la pratica del silenzio del corpo e dello spirito come via di accesso alla vera e autentica natura dell’esistere qui e ora.
    3.

    Praticando lo zazen io ricevo quell’apporto di verità che il buddismo offre al mondo intero: l’umile e feconda memoria del nulla da cui provengo e che mi costituisce uomo libero che vive ora e qui.

    4.

    Il vero senso della vita risiede in quell’oltre gli opposti che si attua vivendo,dall’interno, gli opposti stessi. Nel cristianesimo questo è AMORE: coesistenza del “il padre che crea” e della “la cosa creata”in ogni manifestazione della realtà, così ben evidenziata dai due rami della croce.

    5.

    Quella dello Zen è natura autentica, compresenza del  IL LIMITE e del L’ILLIMITATO in ogni qui  e di L’IMPERMANENTE  e di L’ETERNO in ogni attimo.

    6.

    L’aspetto religioso che manca al cristianesimo occidentale esperto nel nominare il nome di Dio, è l’aspetto religioso del non nominare Dio.

    7.

    Il fatto di chiamare Doghen “profeta” dello Zen è perché il messaggio che trasmette è più grande del contenitore che lo racchiude. Egli è profeta perché vede tutto il tempo mentre i suoi contemporanei vedono solo il momento limitato: genjokoan = il presente che si fa presente con evidente profondità.

    8.

    I sacri testi non sono rivolti solo ai monaci ma anche ai laici. Doghen scrive in giapponese e non in cinese (che allora era la lingua “dotta”); nonostante il suo intento era di parlare a tutti, alla sua morte i suoi scritti sono stati “secretati” per cui c’è stato un oblio di quasi quattro secoli. Solo nel 1700 infatti sono stati recuperati.

    9.

    Doghen in Oriente è considerato come San Tommaso in Occidente. Egli cerca di testimoniare come l’universale si svela ed è sempre attuale nel singolo caso individuale. E, come profeta,interroga,disturba,provoca, smuove. Propone una religione dell’esperienza, una via da percorrere nella pratica. E’ l’esperienza che ogni essere vivente fa per il solo fatto di essere vivo: è una esperienza personale e universale nello stesso tempo.

    10.

    La speranza,la necessità del mondo futuro sta nell’incontro fra le religioni: incontro che produrrà un frutto nuovo.

     

     

    11.

    Frase di Gotama Sakyamuni (= Budda storico):

    “Ho raggiunto la Via in unione con tutta la terra e tutti gli esseri animati e inanimati. Tutto, montagne,fiumi,alberi,ogni cosa diviene Budda”

    12.

    Buddismo = è l’insegnamento di Budda,personaggio storico indiano, Gotama SIDDARTA SATYMUNI, vissuto in India nel V secolo a.C.

    13.

    BUDDA = persona che ha aperto chiaramente gli occhi al vero modo di essere del tutto.

    Non si basa dunque su nessuna dottrina rivelata. La tradizione buddista consiste non nella trasmissione di istituzioni,culti,dottrine, credenze particolari, ma è la trasmissione di un atteggiamento globale di ricerca ed attivazione della VIA che caratterizza il Budda storico e tutti i suoi seguaci.

    14.

    Il buddista è chi si dedica concretamente a una condotta di vita che si rifà all’insegnamento di Budda. Ciò che conta nel Buddismo è il modo di porsi nei confronti della realtà (o meglio nella realtà) piuttosto che le teorie o le conclusioni che si elaborano riguardo la realtà.

    1. Budda parte dall’esperienza del dolore e giungerà a pronunciare quattro sante verità:

    – la verità della sofferenza;

    – la verità dell’origine della sofferenza;

    – la verità della cessazione della sofferenza;

    – la verità della via che porta alla cessazione della sofferenza.

    Il Buddismo non chiede di credere in queste verità, ma di verificare nella propria esperienza se davvero si tratta di verità, come ha fatto lo stesso Budda.

    15.

    Il dolore come esperienza non muta (= l’uomo di oggi prova dolore come quello di 1000 anni fa).

    Muta però da persona a persona, da cultura a cultura e mutano i mezzi per affrontarlo. Budda parte da qui: nella vita esiste il dolore;non esiste una spiegazione al dolore, ma solo un’ORIGINE. La mancanza di un motivo evidente non significa che il motivo non ci sia. Alla fin fine l’origine del dolore è l’esistenza stessa: c’è dolore perché c’è la vita. Ma se c’è un origine c’è anche una fine. Ma la fine non è la morte bensì la quarta via enumerata da Budda.

    E’ la via che passa dal dolore, attraversa il dolore e conduce alla liberazione. E’ questa via di cui l’uomo deve occuparsi, percorrendola. Il punto di arrivo non è una spiegazione del dolore,non è una comprensione, ma un modo di vivere, momento per momento, che dischiude una visione, di fede e di comprensione, in cui ogni cosa prende il suo posto, una visione che libera non solo noi, ma la realtà tutta.

    16.

    Verso il primo secolo dopo Cristo avviene una divisione tra

    Buddismo Hinayana (= del piccolo veicolo)

    e

    Buddismo Mahayana (= del grande veicolo)

    Questa divisione avviene a causa della eccessiva severità della Via così come indicata dal Buddismo originario. Sembra che il motivo principale sia dovuto al fatto che la terza via aveva preso il sopravvento come “desiderio” da realizzare a tutti i costi. Ma una religione che ha come scopo l’appagamento di un desiderio personale non è vera religione. Il passaggio al Grande Veicolo rappresenta il tentativo di superamento di questo scoglio, ritornando all’autenticità dell’insegnamento del Budda: non trovare una soluzione, ma percorrere in prima persona la via indicata.

    E’ Mahayana il Buddismo che si sviluppa in Cina, Tibel,Giappone,Corea,Vietnam.

    17.

    Questo passaggio richiama, nel suo meccanismo, il passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento, dalla Legge alla fede nella Grazia per il Cristianesimo.

    18.

    Quale è l’essenza, il cuore del Buddismo?

    E’ il principio che il Sé  si basa esclusivamente sul Sé. Dire inoltre che il Buddismo è una Via, affermiamo:

    • che si tratta di un cammino personale, in quanto è ogni singolo individuo che percorre quel cammino a renderlo di fatto una via;
    • che si tratta di un cammino globale perché ogni singolo individuo che lo percorre è un elemento della via.

     

    19.

    Tra i patriarchi indiani dello Zen c’è NAGARJUNA,vissuto tra il 100/200 d.C.

    Egli afferma che non è possibile affermare né negare in modo definitivo ed esauriente l’essere e il non essere di qualsiasi cosa. Non c’è modo di dire l’essenza della realtà che sfugge ad ogni definizione, tanto soggettiva che oggettiva. Questa INSOSTANZIALITA’ di ogni cosa è detta Sunyata (=vuotezza,vacuità). La verità in quanto tale “ciò che è” è identica al “vuoto”.

    La verità “nel più alto senso”, che è diversa dalla verità temporanea del mondo fenomenico, è “l’indicibile”, l”impensabile”. Questa vera essenza è inesprimibile perché la vera essenza delle cose è al di fuori del regno della conoscenza umana e non può mai essere trasmessa a parole.

    20.

    L’insostanzialità non deriva solamente dall’incapacità di definire qualunque cosa ma anche dalla transitorietà di qualunque fenomeno. Quello che noi chiamiamo “Io” non sfugge a questo principio. Eppure come negare che esista un sè composto di innumerevoli aggregati? Come negare un filo conduttore?

    21.

    La Via di mezzo indicata dal Budda indica il processo di auto sviluppo della forza vitale universale che non dobbiamo intendere né come entità immutabile né come non –essere,niente.

    Lo zazen insegnato da Budda è questo: tendere alla forma ideale di pratica della via di mezzo, cioè essere strumento della manifestazione della vita universale senza frapporre ad essa alcun filtro. Una delle difficoltà più grandi alla realizzazione di questo è l’idea radicata nel nostro profondo di un IO che non esiste.

    Nagarjuna ci lascia dunque la concezione del “VUOTO” (=SUNYATA) come eredità più feconda del Buddismo indiano.

     

     

    23.

    BODHIDARMA è il primo patriarca cinese dello Zen. Siamo nel VI sec. dopo Cristo. Egli si recò in Cina in un monastero e per 9 anni rimase seduto in silenzio con il volto rivolto verso il muro. La trasmissione del Buddismo la possiamo trovare nel racconto del suo incontro con l’imperatore cinese:

     

    “L’imperatore chiese : “quali meriti ho per aver diffuso il Buddismo (monasteri e favorendo monaci e traduttori di testi buddisti..) in Cina?”.

    Rispose : “Nessuno”. “

     

    La critica di Bodhidarma riguarda la mentalità utilitaristica dell’imperatore. All’idea del “do ut des”, al pensiero di un profitto separato dall’atto. Compiere un’azione meritoria è il premio che deriva da quell’opera: non esiste alcun merito in più,nessun premio a parte. La carità è il premio della carità. In Matteo 10,8 viene ripreso questo pensiero: “avete ricevuto gratuitamente…”; Luca 17,10 : “servo inutile” Se io posso fare qualcosa è perché ho ricevuto gratis qualcosa (= la vita).

    24.

    Quando poi l’imperatore gli chiede: “Chi ho di fronte?”

    Risponde: “Non lo conosco”

    Che non è altro che la trascrizione della Via. Conoscere, infatti, non vuol dire esaurire il mistero; il modo di essere della realtà è evidente in ogni momento ma ciò non implica che è tutto conosciuto o conoscibile.

    Dopo questa risposta Bodhidarma “si sedette in silenzio verso un muro in un monastero in silenzio per 9 anni”.

    25.

    LA conoscenza e la consapevolezza sono cose belle e importanti, ma non sono il punto finale.

    26.

    Questo è il Buddismo, lo zazen di Bodhidarma:

    ZA      = sedere, essere seduto

    ZEN   = è la trasposizione dal cinese “chan”, a sua volta trascrizione dal sanscrito “dhyana” (=contemplazione) : indicare,mostrare,significare – e – uno, singolo, semplice.

    ZAZEN = essere seduto che evidenzia la propria unicità, essere seduto che indica semplicemente se stesso. Indica anche il giusto atteggiamento nei confronti della realtà, cioè non conoscere.

    26.

    Bodhidarma giunse in Cina nel 527 d.C. ma fu solamente a partire dal sesto patriarca Hui Neng (in giapponese “Daikan Eno) che vive tra il 638 e il 713 d.C. , che lo Zen si diffonde in Cina.
    Costui era un povero analfabeta che viveva tagliando e vendendo legna da ardere. Un giorno ascoltando un verso da un testo religioso sente il richiamo a seguire la Via del Budda, così abbandona la casa e si reca in monastero. Qui è addetto alla pulizia del riso per le sue povere origini. Un giorno il V patriarca dovendo scegliere il suo successore fa comporre ai monaci una poesia che esprima la Via.  Quella scritta dal monaco più anziano risulta la migliore: il corpo come un albero che custodisce in sé la natura autentica e la mente come uno specchio che va tenuto ben pulito con la pratica assidua in modo che la polvere non vi si depositi. Ma l’abate è insoddisfatto e fa appendere la poesia in monastero. Hui Neng si fa leggere i versi e subito compone una poesia che dice:

     

    Originariamente non vi è

    né albero né specchio

    e dunque nessuna polvere

    che possa posarsi.

     

    Si fa scrivere la poesia e l’appende. L’abate la legge e coglie la profondità

    della comprensione del boscaiolo e lo nomina suo successore..

    Con Hui Neng la visione della realtà, che nella pratica monastica separava illusione e risveglio,persona ordinaria e persona illuminata dedita alla Via è riunificata. Ogni istante della vita è un istante della Via che non deve essere intesa come purificazione, ma come un cammino dove ogni cosa è la mia vita e non c’è scarto tra purità e impurità. In questo modo il lavoro fisico entra  far parte della vita monastica.

    27.

    IL PENSIERO DI DOGHEN:

     

    DIVENIRE L’ESSERE : obiettivo centrale dello Zen è la conoscenza del sé, di se stessi fino in fondo. “Conoscere la Via di Budda è conoscere se stessi”.

    “Se Stessi”: oggi si pensa a un Io cosciente, di un Io che si sente tale e perciò        separato da tutto il resto. La ricerca del piacere,la logica del profitto con le relative frustrazioni hanno qui la loro origine.

    Si studia anche l’Io, confondendo così il piano esterno ( quello oggettivo) con quello interno (quello soggettivo). Ma l’Io che osserva e l’Io osservato non sono due realtà separate.
    Lo Zen compie un’investigazione di ciò che il sé è prima della divisione in due,prima dell’osservazione di se stesso. E’ un sapere che si manifesta quando deponiamo il nostro Io cosciente, quello che analizza, separa, giudica.

    Nello Zen, conoscere il sé significa deporre l’Io che oggetti vizza e osserva e lasciare che si manifesti l’Io che “è”.

    Il sé che è semplicemente se stesso, che è tornato all’origine. Lasciare che ogni cosa sia quello che è senza definirla,separarla,senza farne un oggetto per un soggetto.

    28.

    “Satori” “Nirvana”, la perfezione che non può essere superata, i vari termini con cui viene indicata la realtà ultima non indicano una condizione particolare da raggiungere, ma la realtà stessa della vita del sé,cui nulla manca sin dall’origine senza origine e di cui io partecipo integralmente.

    L’attività di ritorno al sé è l’attività necessaria di chiunque abbia aperto gli occhi alla realtà delle cose così come sono.

    29.

    Doghen, rimasto orfano di padre e di madre entrò nel monastero a 13 anni. Studiando le scritture buddiste cominciò a farsi domande: se,come dice il Budda, ogni cosa animata e/o inanimata vive la vita perfetta ed eterna del sé,come mai i buddisti hanno scelto la vita religiosa? Perché hanno praticato con fatica,hanno manifestato la loro realizzazione,hanno studiato e insegnato? Non è forse già tutto al suo posto? Se l’essenziale manifesta sempre e ovunque se stesso così com’è, come mai è necessario rivolgersi ad esso con lo studio e la pratica?

     

    30.

    Egli cercò la soluzione ai suoi dubbi nei testi finchè giunse la risposta di Myozen (1184 -1225) un maestro che affermò:

    “Coloro che hanno davvero aperto gli occhi alla realtà, i budda del passato,del presente e del futuro non lo sanno, ma il tasso e la mucca lo sanno”-

    Cosa significa ciò?

    Il modo di vivere degli animali è IMMEDIATO:l’animale vive il presente e aderisce alle leggi di natura. Non vi è frattura tra la pratica (=il mangiare) e il fondamento  di quella manifestazione.

    Gli animali, ma anche i bambini piccoli vivono in modo unificato (anche per quanto concerne il tempo:presente ed eternità sono la stessa cosa) L’animale sa che questa realtà è unica ed eterna, non pensa in termini di tempo o di eternità, non adatta il proprio comportamento a dei concetti, ma semplicemente quando mangia, mangia e quando dorme, dorme.

    31.

    Doghen dedica un intero libro “Essere tempo” a questa verità: non si tratta di un modo di intendere ma di vivere. Gli animali “sanno” non perché qualcuno l’ha fatto loro apprendere,ma per il semplice fatto di essere vivi. E ,contemporaneamente, possono vivere perché sanno.

    Ma il loro non è un sapere frutto di conoscenza,bensì un sapere che sgorga dalla vita stessa, liberamente e per questo motivo viene definito NON SAPERE.

    Per questo il Budda non è colui che impone il proprio ordine sulla realtà,ma colui che opera a ripristinare l’ordine originario intrinseco alla realtà autentica.

    32.

    La via indicata da Doghen è una via semplice perché consiste nel vivere ciò che è così com’è, ma è difficile da percorrere passo passo.

    Per approfondire il suo pensiero e dissolvere il dubbio, nel 1223 Doghen partì per la Cina. Qui ha luogo un incontro che gli mostra l’aspetto vitale e quotidiano della pratica. Ne parla in LA CUCINA SCUOLA DELLA VITA raccontando l’incontro con un anziano monaco che aveva fatto 20 km a piedi solo per procurarsi dei funghi da offrire ai suoi confratelli. Doghen in quel periodo pensava che la pratica della Via consistesse solo nel fare zazen e che lo studio della Via consistesse nel semplice studio delle scritture,dei detti degli antichi e del Koan.

    Nell’incontro con il monaco – cuoco comprese che la pratica della Via è la pratica della carne e delle ossa, del corpo che è il mezzo che percorre la Via. I segni sostitutivi delle scritture,i caratteri, sono scritti nella natura, nelle cose,negli incontri della vita, e solo in seguito vengono scritti nei libri.

    Cosa sono questi caratteri?

    “Ogni cosa che incontri nella semplicità della sua immediatezza”

    Cosa significa pratica della Via?

    “Non c’è nulla dietro le cose: ogni cosa,così com’è,esprime la verità tutta intera:per questo non c’è che la Via,che è il modo di vivere la realtà autentica di ogni cosa”.

    33.

    Successivamente Doghen incontra il maestro Nyojo sotto al cui guida studia e pratica per due anni e mezzo. Ciò che sciolse i suoi dubbi fu l’affermazione del maestro:

    “La pratica è spogliarsi di corpo e mente,corpo e mente spogliati”

    Ciò significa incontrare ogni cosa,se stessi compresi,per quello che è. Vuol dire tornare all’origine: deporre il proprio Io,le proprie attività e i propri pensieri per incontrare la realtà senza filtri.

     

    34.

    L’atto di spogliarsi di corpo e mente è lo stesso,identico, che sia la prima o la milionesima volta che avviene. Ogni volta è quella volta sola. Il legame poi tra pratica e comprensione è vitale: la comprensione modifica la pratica e la pratica modifica la comprensione. SI modellano a vicenda. Questo processo è senza fine.

    Esempio: se uno impara a nuotare fa una cosa che prima non faceva. Tutti sanno già nuotare anche senza saperlo. Imparato a nuotare si impara una volta per tutte;ogni volta che si nuota, il nuotare è lo stesso il primo giorno come dopo 20 anni. Però se non si nuota praticamente,ogni volta che si entra in acqua,il nuoto semplicemente non c’è. E ancora: è evidente che chi nuota fa la stessa cosa (= cioè nuota) ma c’è differenza tra un nuotatore provetto e un principiante,tra chi va dove non si tocca e chi rimane a riva. E, infine,tramite il nuotatore,il nuoto manifesta se stesso. Più una persona impara il nuoto,tanto meno si osserva nuotare, tanto meno pensa a quello che sta facendo. Semplicemente nuota; acqua, nuoto,nuotatore sono una cosa sola,la forma di un’unica forza vitale.

    35.

    Tornato in patria, Doghen sottolineò l’importanza di fare zazen come pratica religiosa universale,alla portata di tutti:

    “Le persone che ricercano il giusto modo di essere,devono soltanto sedere,senza cercare null’altro”.

    Si convince sempre più che zazen sia la forma corpo-spirituale che rappresenta in modo diretto e immediato la relazione che intercorre tra l’essere che ciascuno è e la vita che lo fa essere; tra la propria esistenza e la Via universale in cui essa scorre e da cui si alimenta.

    zazen è un’attività biologica: è il ritorno alle fusioni vitali nella loro nuda funzionalità.

    Nello zazen occorre “lasciare aperte le mani del proprio pensiero” cioè non pensare,non afferrare più nulla per vedere il proprio volto originario,vedere il proprio viso come era prima della nascita dei nostri genitori,essere ridesti alla realtà come è, essere come il cielo che non ostacola le bianche nuvole.

    36.

    Il corpo è l’elemento chiave per percorrere la Via. Nel mio corpo, in me, è come se ci fosse una norma che però io trovo durante un cammino che dura tutta la vita, spesso è duro e impervio,senza soste. Apprendere la Via è un’impresa che dura tutta la vita.

    “Gettato via il tuo spirito,quando smetti la comprensione basata sul pensiero e sul ragionamento,allora raggiungi”.

    “Se gettata via completamente ogni considerazione basata sulla comprensione,siedi solamente con tutto te stesso,la Via è intimamente raggiunta”.

    37.

    Per Doghen ogni cosa ha il suo modo di essere e percorrere la Via vuol dire dare vita al modo di essere di ogni cosa. Io non devo essere più un filtro,un manipolatore delle cose,ma sciogliermi in esse,divenire lo strumento che fa fiorire ogni cosa per quello che è.

    Non è un annullamento della personalità, ma la coscienza che si fa pratica concreta che non vi è in realtà separazione tra soggetto e oggetto,fra osservatore e osservato. Non ci sono momenti più importanti di altri: la vita è viva tanto quando facciamo zazen quanto quando mangiamo o ci laviamo i denti,o evacuiamo o lavoriamo.

    Il modo di mettere il corpo è il modo di mettere la nostra energia vitale,che è il tesoro prezioso,l’unico che abbiamo: parafrasando il Vangelo viene da dire “là dov’è il tuo tesoro,sarà anche il tuo cuore (Mt.6,21) “.

    38.

    Nei suoi scritti Doghen accosta sempre le indicazioni pratiche,minuziose e circostanziate, a considerazioni che hanno come sfondo l’infinito. E’ un continuo richiamarsi tra particolare e universale, fra il singolo gesto e l’intero funzionamento,fra un istante di vita e l’eternità,fra il limite e lo sconfinato intesi come NON DUE, che è espressione più dinamica e veritiera che dire UNITA’.

    Affermare “NON DUE” significa dire che in una goccia d’acqua c’è l’insondabile profondità dell’universo e che tutto l’universo intero è contenuto in una goccia d’acqua senza alterare il fatto che la goccia d’acqua è goccia d’acqua e l’intero universo è l’universo intero.

    Trovare questo modo di essere e di fare è un cammino di liberazione che passa attraverso innumerevoli porte strette, ma che conduce alla vera maturazione dell’individuo.

    39.

    Doghen insiste anche sull’importanza della relazione tra discepolo e maestro: è necessario incontrare il proprio maestro. La relazione con il maestro e la pratica dello Zazen sono i due requisiti  necessari per percorrere la Via. Il maestro è importante perché lo Zen è, secondo antiche formule,TRASMISSIONE DA CUORE A CUORE INDIPENDENTEMENTE DALLA DOTTRINA.

    Maestro e discepolo sono entrambi sulla stessa via: procedono insieme anche se con esperienze e ruoli differenti. Nello Zen si afferma che se un discepolo non supera il maestro, questi non è stato un buon maestro e quello un buon discepolo.

    40.

    VITA DI DOGHEN

     

    Doghen nasce nel 1200 a Kimata, in Giappone da famiglia conosciuta perché serviva alla corte imperiale.

    Nel 1202 il padre muore, forse assassinato, e la famiglia cade in disgrazia. Nel 1208 muore la madre. Doghen andrà a vivere dal fratellastro del padre (un poeta). Molto precocemente, a 12 anni, esprime il desiderio di diventare monaco. Nel 1213 entrò in monastero. Il suo nome è quello monastico e significa “la sorgente della Via dell’eterna pace”. Frequento diversi monasteri in Giappone e maestri, studiando almeno due volte il TRIPITAKA (= insieme dei testi scolastici del buddismo antico) formato da 100 volumi di 1000 pagine ciascuno.

    Insieme a Myozen e altri due monaci, nel 1223 si recò in Cina. Sulla nave incontrò il monaco cuoco che rivelò a Doghen una visione ancora sconosciuta dello Zen. Giunto in Cina si recò nel monastero di monte Tendo, dal quale ripartì per problemi di accoglienza (sembra fosse discriminato perché giapponese) per ritornarci nel 1225 quando divenne abate il famoso maestro Nyojo che lo accoglie. Doghen lo sceglie come suo Maestro. Costui è molto severo e stabilisce una pratica impegnativa che produca la duttilità del cuore (faceva fare Zazen giorno e notte).

    Poi, dopo aver copiati numerosi scritti di maestri cinesi,inediti in Giappone,nel 1227 rientrò in Giappone.

    Il 5 ottobre del 1236 viene inaugurato Koshohorinyj ,il primo monastero autonomo del Giappone. L’influenza di Doghen cresce ma riceve anche ostilità dalle altre scuole buddiste che criticano le sue idee innovative. Alcuni monaci di scuole differenti tentano anche di dar fuoco al monastero.

    Allora Doghen lascia il monastero e con un piccolo numero di discepoli si reca in una altra zona e fonda un altro monastero : Daibutsuji, che più avanti cambierà nome in Eiheiji. Sorge in mezzo ai monti lontano dalle linee di comunicazione,spesso isolato a causa della neve. Morì nel 1253.

    41.

    OPERE

    L’opera di Doghen è vasta, soprattutto se consideriamo che gli scritti dei maestri zen sono rari. Nonostante ciò l’opera di Doghen è stata ignorata per secoli al di fuori della scuola Soto dello Zen. Gli scritti sono stati tenuti segreti e la lettura scoraggiata ai monaci stessi da parte della gerarchia ecclesiastica,timorosa che il respiro di libertà che vi è contenuto facesse più male che bene. Solamente a partire dal XVIII secolo, per mezzo del monaco Menzan Zuiho, l’opera di Doghen viene alla luce.

    Gli vengono attribuiti 120 scritti.

    Anche se oggi lo si considera appartenente alla scuola Soto, Doghen ha sempre detto di riferirsi alla NORMA DELLA REALTA’ AUTENTICA(= Slobo),alla NORMA DI BUDDA.

    Spesso egli partì dal verso di un sutra, analizzando il detto di un antico maestro, interrogando e investigando una dottrina, sottoponendola ad un’analisi critica. Doghen invita sempre a non accontentarsi mai di una lettura asettica, ma ad affrontare un testo come si scala una montagna e non come la si contempla in fotografia.

    Ricordiamo, tra le sue opere:

     

    FUKANZAZENGHI (=la norma dello Zen che è vissuto universale)

     

    JU UNDO SHIKI (=norme per la nuova sala dei monaci)

     

    GAKUDO YOJINSHU (= raccolta delle attenzioni nell’apprendere la Via)

     

    EIHEI DOGHEN ZENJI SHINGHI ( = regola monastica; la pura regola del maestro Zen Eihei Doghen. )

     

    HOKYOKI (=testimonianza del tesoro gioioso)

     

    SANSHODOCI (=poesie “Canti della via dei pini a ombrello)

     

    SHOBOGHENZO (=la custodia della visione della realtà autentica. Opera principale composta di 95 libri)

     

    SLOBOGHENZO ZUIMONKI  (= testimonianza dell’ascolto fedele)

     

    EIHEI KOROKU (= vasta raccolta dei sermoni ed insegnamenti di Eihei)

     

     

     

     

     

    ALLEGATO

     

    Come meditare                                        di Doghen:

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    a cura di Giuseppe Fojeni                                                                             gennaio 2013

  • La porta

    La porta

    Un mantello di silenzio

    avvolge la terra,

    mentre le stelle si accendono,

    come un sorriso,

    messaggere dell’armonia

    disegnata da secoli,

    proveniente

    da oltre ogni tempo conosciuto.

    Il tremore della vita,

    quale dono inatteso,

    mi avvolge prodigiosamente.

    Si apre,

    solennemente,

    la porta della vita.

                                                                                 Febbraio 2016

  • Il Lino fiaba di Hans Christian Andersen

    Il Lino
    fiaba di Hans Christian Andersen

     

    Una delle poche fiabe di Andersen che si concludono positivamente. Fiaba che parla in maniera poetica e profonda della morte.

     


    Il lino era tutto in fiore: sai che ha certi bei fiorellini azzurri, molli come le ali di una farfalla ed ancora più fini. Il sole lo illuminava; i nuvoloni di pioggia, di tratto in tratto, lo annaffiavano; e questo gli faceva bene, come fa bene ai bambini il loro bel bagno, e, dopo il bagno, il bacio della mamma. Dopo, sembrano molto più belli; e più bello diveniva anche il lino.
    «La gente dice ch’è un piacere vedermi,» — sussurrava: «sono già molto alto, e diverrò una magnifica pezza di tela. Ah, come sono felice! Nessuno al mondo è più felice di me. Sto benone, ho un bell’avvenire… Che allegria fa il sole! Che piacere fa la pioggia, e come ristora! Ah, sono proprio felice, più felice di tutti!»
    «Sì, sì,» — dissero i pali dello steccato: «tu non conosci il mondo, ma noi sì, sappiamo dove abbiamo i nodi!» — e scricchiolarono lamentevolmente:
    Cri-crac-cri!Cri-crac-cri!
    La canzon finisce qui.
    «No, che non finisce!» — disse il lino: «Il sole splenderà anche domani, e la pioggia fa tanto bene… Mi vedo crescere, mi sento tutto in fiore: chi più felice di me?»
    Ma un giorno venne certa gente, che prese il lino per il ciuffo e lo strappò di terra con le radici e tutto: ah, che male! Poi fu messo nell’acqua, come se volessero affogarlo; e subito dopo nel fuoco, come volessero arrostirlo: una cosa terribile!
    «Non si può mica andar sempre bene a questo mondo!» — disse il lino: «Qualche cosa bisogna pur patire, se si vuol imparare!»
    Ma la andò di male in peggio. Il lino fu macerato, battuto e scosso, franto, mondato e maciullato. Sapeva appena come fossero chiamate le operazioni che dovette subire. Lo misero sul filatoio, e vrrr! vrrr! vrrr! — non c’era verso di raccogliere nemmeno i proprii pensieri.
    «Sono stato troppo felice!» pensava, in mezzo alle sue pene: «Bisogna esser grati del bene che si è avuto in giovinezza. Esser grati, grati, grrr…» — e continuò a ripeterlo sin che fu messo sul telaio, e divenne una magnifica pezza di tela. Tutti i fusti del lino, tutti sino all’ultima fibra, furono adoperati per fare una sola pezza.
    ,«Ah, che meraviglia! Non l’avrei mai creduto! Come son sempre fortunato io! Sì, i pali dello steccato la sapevano lunga davvero col loro
    Cri-crac-cri! Cri-crac-cri!
    Ma se la canzone non finisce nemmeno qui! Chè, anzi, comincia ora. Ah, è una cosa meravigliosa!
    Se ho sofferto, sono anche riuscito a qualche cosa: sono più felice di tutti al mondo! Mi sento così forte e soffice, mi vedo così bianco e lungo! È ben altro questo, che sentirsi una povera pianticella, sia pure in pieno fiore! Nessuno si prende veramente cura di voi, e non avete acqua se non quando piove. Ora sì, sono ben custodito! La domestica mi volta ogni mattina; ed ogni sera mi annaffiano con l’annaffiatoio, sicchè faccio regolarmente il mio bravo bagno. La moglie del sindaco ha fatto un gran discorrere su di me ed afferma che non c’è pezza di tela migliore in tutto il paese. Davvero che più felice di così non potrei essere!»
    La tela fu portata in casa e capitò sotto le forbici. E taglia, e lacera, e buca e ribuca con gli aghi, (così andò, nè fu certo un piacere!) della tela furono fatti dodici capi di biancheria — di quegli oggetti, di cui non si dice volentieri il nome in conversazione, ma di cui nessuno fa senza; — e ne furono fatti proprio dodici.
    «Oh, ora finalmente son divenuto qualche cosa! Era questo il mio destino. Sì, ed è un destino benedetto. Ora servo a qualche cosa, sono di qualche utilità nel mondo: e così bisogna far tutti, perchè in ciò consiste la vera gloria. Siamo divenuti, è vero, dodici pezzi; ma tutti eguali, però, e siamo tutt’uno poi che siamo una dozzina. Ah! che gioia!»

    Passarono gli anni, e alla fine non ne poterono più.
    «Una volta o l’altra, già, bisogna fare una fine!» — disse ciascun pezzo: «Avrei voluto resistere ancora un poco, ma non si deve pretendere l’impossibile!» E allora furono stracciati in cenci e brandelli, e credettero, naturalmente, che fosse proprio finita per loro, perchè furono sminuzzati, tritati, macerati, bolliti… Ah, non avrebbero saputo dire nemmeno essi quante ne dovettero passare… Ed ecco che un bel giorno divennero carta, bianca, liscia, finissima!
    «Ah, che sorpresa! Che magnifica sorpresa! disse la carta: «Sono anche più fine di prima, ed ora mi scriveranno sopra! Che cosa non si può scrivere su di me? Che gioia, che gioia davvero ineffabile!»
    Sulla carta furono scritte le più belle novelline, e la gente ci stava attenta attenta, perchè erano cose buone e gentili, che rendevano gli uomini più savii e migliori; ed era una vera benedizione questa, che la carta diffondeva in parole.
    «Ciò è assai più di quanto io avessi mai potuto sognare, mentr’ero un povero fiorellino azzurro, nel campo: come avrei potuto immaginare allora di arrivare a tanto, da diffondere tra gli uomini gioia e sapienza? Io stesso non lo so ben comprendere, e pure è proprio così! Il Signore lo sa che io, per conto mio, per nulla ci ho contribuito, se non in quanto le mie deboli forze eran costrette a fare, per tirar avanti. E pure son colmato di gioie e di onori! E ogni volta penso: Ecco che la canzone è finita davvero! — salgo in vece di un grado. Ora, dovrò certo girare il mondo in lungo e in largo, perchè tutti mi possano leggere. Oh, dovrò viaggiare senza dubbio! Un tempo, portavo i miei piccoli fiori azzurri; ora, per ogni fiorellino, ho avuto in cambio un pensiero gentile. Chi più felice di me?»
    Ma la carta non fu mandata a viaggiare per il mondo; fu mandata alla stamperia, dove tutto quello che c’era scritto fu stampato e riunito in un libro, anzi in molte migliaia di libri; perchè infinitamente maggiore era, così, il numero delle persone che potevano cavarne utilità e diletto; e se in vece quella sola carta, sulla quale stava lo scritto, si fosse messa a correre il mondo, si sarebbe logorata prima d’arrivare a metà strada.
    «Sì, sì, questo è infatti il partito più savio!» — pensò la carta manoscritta: «Non mi era venuto in mente, ma è meglio così! Io resto tranquillamente a casa, e riverita come una vecchia nonna. Sono io quella su cui fu scritto; su di me scivolarono le parole cadute dalla penna. Io resto qui ed i libri vanno in giro. Qualche bene ne verrà certo. Ah, come sono contenta, come sono felice!»
    I,a carta fu riunita in un pacchetto e riposta sullo scaffale. «Il riposo è dolce dopo la vita attiva,» — disse: «e savio è chi ci consiglia di raccoglierci a meditare sull’intimo nostro. Soltanto ora imparo a veder chiaro nelle ricchezze che ho dentro di me: e la conoscenza di se stessi è il vero progresso. Ed ora, che altro mi capiterà? Un altro passo innanzi di sicuro, poi che si avanza sempre!»
    Un giorno, tutta la carta fu buttata nel caminetto, perchè bruciasse: non si poteva già permettere che finisse dal droghiere, per incartocciare il riso o lo zucchero! Tutti i bambini si misero attorno al caminetto per vedere la fiammata; volevano vedere nella cenere le cento e cento faville, che sembrano rincorrersi e poi si spengono a un tratto: le faville rappresentano le monachine che escono dal coro e vanno a letto, e l’ultima l’ultima è la badessa. Tante volte si crede che la badessa se ne sia già andata, ed ecco in vece che a un tratto salta fuori e corre dietro a tutte le altre .
    La carta andò sul fuoco, tutta in un pacchetto. Uh! che fiammata! — Uh! Uh! — fece la carta, e in un momento fu una fiamma sola, che salì così alta, come mai il lino dai piccoli fiori azzurri s’era potuto alzare, e splendette come mai la bianca tela aveva saputo risplendere. In un momento, tutte le lettere dello scritto divennero rosse, e tutte le parole ed i pensieri andarono in fiamme.
    «Ora, io salgo diritto diritto sino al sole!» — risuonò una voce in mezzo alla fiamma; e pareva che cento voci gridassero insieme; e la fiamma andò su su per il camino e uscì dal fumaiolo… Ma più sottili della fiamma, del tutto invisibili ad occhio umano, si librarono nell’aria alcune creaturine minuscole, — tante, quanti erano stati i fiorellini del lino. Erano anche più leggere della fiamma da cui erano nate, e quando questa si spense, e della carta altro non rimase se non la cenere, ci ballarono sopra ancora un poco: dove posavano il piede si vedevano le orme infocate, ed erano le piccole scintille rosse, le quali rappresentano le monachine che escono dal coro, con la madre badessa che viene l’ultima. Era una gioia starle a guardare; e tutti i bambini di casa, davanti alla cenere spenta, cantarono:
    Cri-crac-cri!Cri-crac-cri!
    La canzon finisce qui.
    Ma i piccoli esseri invisibili dissero invece: «Mai la canzone finisce, mai; e questo è il più bello di tutta la storia! E noi lo sappiamo, e per questo siamo più felici di tutti!»
    Questo, però, i bambini non poterono sentirlo, nè comprenderlo. E, del resto, non importava: i bambini non hanno mica da saper tutto

  • Risurrezione di Cristo, Luca Giordano (1634-1705) Santuario Monte Berico, Vicenza

    DAL DOLORE ALLA GIOIA

    Il dolore
    era piombo e pietra e mi chiudeva in me stessa.
    Ogni giorno una nuova cerchia di mura,
    un nuovo giro di catene.
    Ma la gioia
    mi dilata ora dal centro del cuore
    fino agli orli vibranti del mio essere –
    leggera come un fiore che apra i suoi petali al mattino…
    No,più leggera. Io sono spazio e luce.
    Sono il crocevia di liberi venti.
    (Margherita Guidacci,Poesie,Le lettere ed.)

  • IL SERPENTE racconto di Franco Basaglia

    “Una favola orientale racconta di un uomo cui strisciò in bocca, mentre dormiva, un serpente. Il serpente gli scivolò nello stomaco e vi si stabilì e di là impose all’uomo la sua volontà, così da privarlo della libertà. L’uomo era alla mercé del serpente: non apparteneva più a se stesso. Finché un mattino l’uomo sentì che il serpente se n’era andato e lui era di nuovo libero. Ma allora si accorse di non saper cosa fare della sua libertà: “nel lungo periodo del dominio assoluto del serpente egli si era talmente abituato a sottomettere la sua propria volontà alla volontà di questo, i suoi propri desideri ai desideri di questo, i suoi propri impulsi agli impulsi di questo che aveva perso la capacità di desiderare, di tendere a qualcosa, di agire autonomamente. In luogo della libertà aveva trovato il vuoto, perché la sua nuova essenza acquistata nella cattività se ne era andata insieme col serpente, e a lui non restava che riconquistare a poco a poco il precedente contenuto umano della sua vita”.

    L’analogia di questa favola con la condizione istituzionale del malato mentale è addirittura sorprendente, dato che sembra la parabola fantastica dell’incorporazione da parte del malato di un nemico che lo distrugge, con gli stessi atti di prevaricazione e di forza con cui l’uomo della favola è stato dominato e distrutto dal serpente. Il malato, che già soffre di una perdita di libertà quale può essere interpretata la malattia, si trova costretto ad aderire ad un nuovo corpo che è quello dell’istituzione, negando ogni desiderio, ogni azione, ogni aspirazione autonoma che lo farebbero sentire ancora vivo e ancora se stesso. Egli diventa un corpo vissuto nell’istituzione, per l’istituzione, tanto da essere considerato come parte integrante delle sue stesse strutture fisiche.“   (Franco Basaglia)

  • “L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xólot” di Frida Kahlo

    Opera di Frida Kahlo dipinta nell’anno 1949 ,olio su tavola cm 70 x 60,5

    Ho visto questo quadro alla mostra al Mudec  di Milano e mi ha molto colpito per la ricchezza simbolica presente: (altro…)