L’angolo di…

  • Amici…..

    Ecco Paolo, un  amico che mi ha inviato un suo pensiero riguardo l’amicizia. Come ricorda lui stesso, ci conosciamo da una quindicina di anni. Pugliese pieno di vita, fortunato perchè ha una moglie dolcissima e tre figli simpaticissimi, sa rallegrare sempre il mio animo portandomi spesso a mangiare e a spasso, aiutandomi a confrontarmi sui “massimi sistemi”. Mi resta solamente di dire che, nel suo scritto, è  troppo buono nei miei confronti e un poco esagerato nel raccontarmi….

    Eccomi qui a scrivere ‘qualche parola’ a riguardo di Giuseppe.

    Ci conosciamo da circa 15 anni, grazie alla partecipazione di entrambi al Consiglio Pastorale: da lì è partita questa bella Amicizia che ci accompagna, e mi piace che sia iniziata così, perché l’aspetto Spirituale è fondamentale nel rapporto con Giuseppe.

    Ti accorgi subito che con lui è qualcosa di diverso, di speciale. Giuseppe arriva al Cuore delle persone, e non solo… conosce le strade per accarezzarti l’Anima e lo fa con la naturalezza di chi sa donarsi, senza false retoriche.

    Sinceramente mi emoziona raccontarci: Giuseppe è senza ombra di dubbio una delle persone più importanti della mia Vita, di questo mio passaggio terreno, e ringrazio il Padre per averlo messo sul mio cammino.

    Non sono molto bravo a scrivere, ma in questi giorni, densi di emozione per me e per la mia famiglia, il mio Cuore e la mia Anima mi hanno suggerito queste parole, ed io penso a lui:

     

    Le nuvole si diradano nel Cielo Immenso,

    il Sole inonda di Luce il Tutto che mi circonda,

    e mi scalda il Cuore, l’Anima;

    e lo sguardo finalmente vede oltre,

    fuori e dentro di me…

    l’Infinito.

     

    a te, che puoi capire il Senso di queste mie parole;

    a te, che sei lì ad ascoltare, e a dire la cosa giusta al momento giusto;

    a te, che sai muovere quelle Forze Interiori che Tutto determinano;

    a te, che nel Silenzio hai cercato l’Infinito, e che l’Infinito ti ha trovato nel Silenzio;

    a te, che della Vita assapori il Dono Supremo: l’Essenziale;

    a te, perché sei semplicemente te stesso;

    a te, … grazie.

     

    Giuseppe è un Dono grande per tutti noi che lo conosciamo.

     

    LIVIO

    Livio è un caro amico conosciuto inizialmente per motivi professionali, come racconta lui stesso nella sua presentazione, ma che poco a poco è diventato un caro compagno di strada sul percorso della vita. Grazie a lui ho imparato tante cose sulla natura (soprattutto le montagne dell’Ossola), sul mistero legato al Sacro, sulle difficoltà che si incontrano durante la propria esistenza. La sua esperienze di marito e padre mi hanno arricchito dal punto di vista umano ed è bello condividere esperienze,pensieri e sentimenti quotidiani.

    Sono lieto di questo Angolo destinato all’ AMICIZIA.

    Sono lieto di questo Angolo destinato all’ AMICIZIA.

    Giuseppe: un Amico davvero importante! Ci conosciamo da quindici anni. Fu un sacerdote Agostiniano Assunzionista, allora abitante sulle rive del Lago Maggiore, che mi indirizzò a te per un incontro professionale. Mai avrei immaginato quale cammino formativo e professionale stava iniziando per me; un cammino sfociato anche in un’Amicizia ricca e profonda. Attraverso la Professione ed il suo continuo approfondimento teorico-pratico, tu mi hai dischiuso un mondo del sapere, del cercare che, penso, una Scuola ben difficilmente riesca a trasmettere così intensamente. Non ti sei mai risparmiato e se si sono presentati momenti difficili, mi hai aiutato a pensare, ad andare avanti, a dare senso a tante cose che sembravano a me incomprensibili, a rimettermi in discussione e valorizzandomi sempre. Mi hai aperto diverse vie del CONOSCERE per cercare di capire, e se possibile anche aiutare, quelle persone che si rivolgono a noi psicologi per un sostegno nella loro fatica di vivere. Mi hai insegnato come e quanto la persona sia: Corpo, Psiche, Spirito.

    È sempre molto bello quando insieme possiamo camminare tra le mie montagne della Val d’Ossola e se abbiamo cose da dirci, da condividere, poi non ci risparmiamo il necessario silenzio innanzi alla bellezza del creato.

    Ma io chi sono?

    Ho fatto diverse cose nella vita perché ho molte passioni (una professione, pianista, organista, direttore di coro, viaggi, la pesca alla trota nei fiumi, letture, un pochino di sport).

    Ma un giorno è emersa un nuovo interesse: cercare di capirmi un po’ di più!

    Allora mi sono dedicato allo studio e mi sono laureato in Psicologia presso l’Università degli Studi di Padova. Nell’Insegnamento di psichiatria ho svolto la Tesi di Laurea su un argomento intitolato “Paura e fobia”. Un evento mi aveva colpito moltissimo: una bambina aveva manifestato segni di ansia e paura (Fobia) nell’apprendere da mamma e papà che sarebbe nata una sorellina.

    Dopo un tirocinio presso la psichiatria dell’ASL della mia città ho potuto intraprendere ciò che desideravo: approfondire le conoscenze della psicanalisi con particolare riferimento alla psicologia analitica di Carl Gustav JUNG, il mondo dell’immaginario, i sogni, il simbolismo ed il linguaggio simbolico.

    Mi sono dedicato all’approfondimento della comunicazione non verbale (Psicomotricità) e del Training autogeno di Schultz. Per alcuni anni ho avuto la grande opportunità di seguire le lezioni del Prof. Stanislw Grygiel (Docente emerito di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II presso la Pontificia Università Lateranense a Roma. Direttore della Cattedra Karol Wojtyla presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II dal 2004. Dal 1980 vive a Roma. Come visiting professor insegna anche al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II a Washington (U.S.A.).  Dal 1992 fino al 1997 ha insegnato l’antropologia filosofica all’Accademia di Teologia a Lugano. Dal 1990 fino al 1993 ha insegnato la filosofia dell’uomo all’Pontificia Accademia della Santa Croce a Roma. Dal 1964 fino al 1980 ha insegnato la filosofia al Seminario dei Religiosi a Cracovia. Dal 1968 fino al 1980 ha insegnato la filosofia alla Pontificia Accademia di Teologia a Cracovia. Dal 1963 fino al 1980 è stato redattore del mensile cattolico “Znak” a Cracovia).

    Per anni ho seguito i Corsi del C.E.P.E.I (Centro di Psicologia Evolutiva Intersoggettiva) di Milano, ma ora anch’io ne sono diventato Socio Ordinario e sono davvero lieto di appartenervi in quanto è un luogo di formazione permanente e di continuo confronto con Colleghi che apprezzo molto.

    Sono coniugato e con mia moglie siamo due volte genitori.

    Lavoro come psicologo a Domodossola (VB) ed a Oleggio (NO) e per contattarmi mi si può chiamare sul mio cellulare 346 7224479

    DON LORIS

    Questa volta l’angolo di… è dedicato a un grande amico scomparso ieri 26 maggio 2016 . Si tratta di mons. Loris Capovilla che ho avuto la fortuna di incontrare nel lontano 1978 quando avevo 24 anni e che mi ha regalato la sua amicizia per tutti questi anni.
    Con lui ho scambiato una fitta corrispondenza che si è mantenuta costante fino allo scorso Natale, quando, per motivi di salute, non riusciva più a scrivere ( quest’anno avrebbe compiuto ben 101 anni!)
    L’incontro con don Loris mi ha arricchito molto; nei miei incontri con lui avvenuti con frequenza soprattutto dal 1988 – quando si era trasferito in pensione a Ca’ Maitino a Sotto il Monte – ho avuto modo di ricevere tanto sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista spirituale.
    “Giuseppe,il tuo biglietto dell’uno giugno ha il sapore della primavera!” “Tutto e sempre nella luce,Giuseppe. I piedi a terra,il cuore nella comunità,lo spirito in Dio”. “Buone ferie Giuseppe. Se passando dal centro Italia, ti capiterà di toccare le Marche, ti rivedo molto volentieri”
    “Grazie dei tuoi puntuali (ma fin troppo elogiativi)commenti ai miei scritti.. Essi sono povera cosa. Lo sento anch’io che zoppicano; ma- comunque – ci metto dentro tutto quello che ho, che so, che amo!”.
    Alcuni passi delle sue lettere che conservo con tanta gratitudine.
    Ricordo ancora il Capodanno del 1983 quando sono passato a trovarlo con l’amico Claudio: sorprendendoci ha voluto trascorrere la giornata con noi invitandoci a pranzo: un’esperienza indimenticabile! Dove ci siamo parlati a cuore aperto e noi abbiamo sentito in quest’uomo tanta saggezza e tanto affetto.
    Quando parlavo con lui mi sentivo immerso nella Storia: i suoi racconti degli incontri con i personaggi che avevo letto sui libri (presidenti ,politici,re,regine….) mi hanno sempre affascinato e aiutato a comprendere molti avvenimenti.
    In diverse occasioni gli ho aperto il cuore chiedendo lumi per la mia vita e lui mi ha sempre accolto ed ascoltato lasciandomi preziosi consigli.
    In un paio di occasioni ho raccolto anche confidenze riguardanti papa Giovanni XXIII che mi hanno dimostrato la fiducia che riponeva in me.
    Ogni anno, a Natale e Pasqua o nell’anniversario di qualche ricorrenza Giovannea mi mandava opuscoli ricchi di illustrazioni e scritti anche inediti di Giovanni XXIII nei quali illustrava l’avvenimento o la festività lasciando innumerevoli spunti di riflessione.
    L’ultima volta che l’ho incontrato di persona mi ha detto “Cosa vuoi, sono ancora qui perché Lui mi ha rinnovato il permesso di soggiorno…ora me lo rinnova di anno in anno…”
    Chi avrebbe pensato di diventare amico del segretario di Giovanni XXIII papa che ho amato grazie a mio padre che, di origine bergamasca, me ne parlava già negli anni 60’ come di un santo e che non mancava mai annualmente di andare a Sotto il Monte portando anche me e mia madre.
    Una volta ho raccontato a don Loris di mio padre che la sera dell’11 ottobre del 1962 mi ha chiamato dal cortile dove giocavo e, quando l’ho raggiunto, mi ha dato una carezza dicendomi, in dialetto lombardo: “Ciapa la caresa del papa” e l’ho visto commuoversi ricordando il famoso discorso alla luna di Giovanni XXIII non previsto e che lui stesso aveva favorito sollecitando la naturale curiosità del Pontefice: “Santità venga solo a dare un’occhiata alla piazza…”sollecitato da lui stesso.
    Caro don Loris, grazie per aver condiviso con me un pezzo del tuo cammino, grazie per avermi accolto come amico, grazie per i consigli e le confidenze donate.
    Voglio pensare che nel momento in cui hai chiuso gli occhi alla luce di questo mondo hai visto venirti incontro il Papa che hai servito con umiltà e amore per 10 anni sulla terra e hai continuato a diffonderne il messaggio fino ad ieri. Continua a proteggermi e a restarmi amico nel cammino che mi resta da percorrere in questa vita affinchè quello che abbiamo condiviso in questi anni mi aiuti a essere un valido messaggero della verità e della luce.

    ADRIANO

    Adriano è il mio amico pittore, conosciuto “per caso” alla fiera del Cardinale di Castiglione Olona(VA).
    Siamo amici ormai da molti anni e, come per il vino, invecchiando questo legame si è rafforzato ed è diventato molto più forte e intimo.
    BREVI NOTE BIOGRAFICHE ADRIANO FEDELI
    L’artista Adriano Fedeli (nato a Legnano nel 1948) è un pittore che fin dal 1972 ha esposto le proprie opere in numerose mostre personali e ha partecipato a concorsi d’arte pittorica vincendo numerosi premi.
    Il suo itinerario artistico è troppo lungo e poliedrico da potersi condensare in poche righe: molto sinteticamente le sue opere pittoriche – che inizialmente facevano riferimento alle avanguardie artistiche degli anni ‘60 e ‘70 con una incisiva componente materica – si sono via via sviluppate all’interno di un percorso di ricerca artistica ed etica che lo impegnato negli ultimi trent’anni nella rivisitazione dell’antica tradizione iconografica russa e greco-ortodossa. Tale percorso va inquadrato nell’intento – appassionato e caparbio – di riappropriarsi della forza dell’immagine (in greco éikón) al di là del tempo e delle mode. Le sue tavole di immagini sacre infatti fanno mostra di straordinaria bellezza estetica e di complessità tecnica, ma soprattutto denotano una spiritualità fatta di contenuti che non hanno tempo.
    Accanto a questo filone principale la sua ricerca artistica non ha mancato di spaziare anche in altre direzioni, volgendosi – da una parte – a una espressività più ludica, ironica e gioiosa, con la creazione di opere realizzate con i materiali più vari, compresi quelli di recupero – dall’altra estendendo la pittura su tavola ad altri soggetti, quali la rivisitazione di immagini medioevali dei cantari epici del ciclo bretone e carolingio.
    Ha inoltre realizzato scenografie per spettacoli teatrali, produzioni grafiche (“Quaderni Montessori”, manifesti per convegni, copertine di libri), ha condotto laboratori e ha guidato gruppi per l’espressività creativa presso varie scuole, ha condotto incontri e dibattiti sulle tematiche dell’iconografia sacra.
    Uno degli impegni degli ultimi anni è stato la partecipazione al progetto multimediale “A VOLO D’IPPOGRIFO” musica, racconti, immagini per l’Orlando Furioso, per il quale ha appositamente realizzato una serie di dipinti su tavole in legno, uno per ogni episodio raccontato dai 22 brani musicali del progetto, su testi tratti dal capolavoro dell’Ariosto.

     

     

    Dopo Adriano, ecco Claudio, un amico di lunga data.
    Ci siamo infatti conosciuti negli anni ’70 quando entrambi facevamo parte del gruppo chierichetti di Mariano Comense. In quel periodo io ne ero il responsabile mentre lui era chierichetto.
    Pian piano il nostro rapporto è andato sempre più trasformandosi in una profonda amicizia che si è stabilizzata quando Claudio ha terminato il servizio militare.
    Claudio è un ragazzo (“one”perché ormai ha superato la cinquantina…) molto creativo, a cui piace disegnare, scrivere pensieri e poesie.
    Lascio a lui la parola per presentarsi :

     

    Storia di Claudio Cagnazzo

    Era la fine degli anni cinquanta, in Italia, Mister Volare cantava: “Nel blu dipinto di blu”. Gli italiani assorti dalle nuove tecnologie, sognavano e volavano sulla Luna di Jurij Gagarin. Nonostante la rinascita economica italiana avvenuta, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, nel nostro Paese, c’era un grande divario economico tra Nord ricco e Sud povero. Mio padre, dopo vane promesse da parte di sedicenti politici salentini, stanco di chiacchiere inutili per una prospettiva di un lavoro dignitoso, decise di emigrare. Il boom economico, sviluppatosi nelle regioni del nord, faceva capolino a chi nel mezzogiorno, era sottopagato e non aveva un salario, così, per certi aspetti, il settentrione, era diventato una sorta di “terra promessa”. Molti figli del sud, tra cui anche mio padre, si equipaggiarono di una valigia di cartone, serrata da una corda. Meridionali che in tasca avevano pochi soldi, molte incertezze ma tanta buona volontà per dare una svolta alla vita. Quando mio padre, arrivò in Brianza, fu ospitato per alcuni mesi, da parenti. Dopo tre mesi trascorsi in terra comasca, non riuscì a trovare casa, senza un rimedio, scoraggiato, se ne ritornò in Puglia. Passarono tre anni, tra alti e bassi, ma di lavoro non c’era nulla di concreto. Nel 1963 dopo aver preso l’ennesima delusione, maturò definitivamente, l’idea di ritornare in Lombardia, così verso l’autunno inoltrato dello stesso anno, mia madre, Franco ed io prendemmo l’Espresso del Levante, il treno, che ci avrebbe portato a Milano. In verità, ricordo poco di quel viaggio, perché avevo tre anni, mentre Franco aveva otto mesi. I primi anni, in terra lombarda, sono stati duri, perché la convivenza con la gente brianzola non è stata facile a causa dei pregiudizi, che poi in seguito si sono appianati. La Brianza comasca divenne la mia terra di orgoglio e di adozione. L’inizio della scuola elementare e poi della media, mi aiutò a inserirmi nel contesto sociale e religioso nella cittadina brianzola in cui vivevo. All’inizio dei primi anni settanta, ho avuto il pregio di incontrare e poi diventare amico di una persona per me speciale: Giuseppe. La parrocchia, il gruppo ministranti e l’oratorio, sono stati gli ambienti in cui mi sono formato, anche se ho avuto una proficua esperienza nel mondo dello scoutismo. Crescendo negli anni, ho apprezzato i paesaggi, la cultura, la gente e il cibo della Brianza. L’arte mi ha sempre affascinato, così nel periodo dell’adolescenza, invogliato dal prof. di educazione artistica, ho dipinto alcuni quadri a olio e a tempera. All’età di diciannove anni sono partito per il servizio militare nella città di Taranto, nel corpo della Marina Militare Italiana. Nei diciotto mesi di leva, trascorsi nella città dei due mari ( in greco, Taras), mi è stato dato l’opportunità di riscoprire la terra di origine: il Salento. Il terremoto dell’Irpinia avvenuto nel 1980, coinvolse tutti noi marinai della 5^ Divisione di Maricentadd. Rientrato a casa, alla fine del servizio di leva, per quasi cinque anni ho studiato presso i Padri Somaschi di Como. A metà degli anni ottanta, ho lavorato, come educatore, presso una clinica comasca. Questo lavoro è stato molto formativo, mi ha aperto un mondo che fino a quel momento non conoscevo, difatti mi sono occupato di persone con disturbi di personalità. Lavorando e vivendo in questa realtà di dolore psichico, ho conosciuto Alberto, che ho accompagnato fino alla sua dipartita avvenuta nel duemila. A metà anni novanta, insieme alla mia famiglia, che nel frattempo avevo formato, decisi di trasferirmi in Trentino. Stabilitomi nell’antica Trento, ho lavorato per alcuni anni per una Fondazione, che mi ha permesso di conoscere la dura realtà del terzo mondo. In questa verdeggiante provincia autonoma, ho potuto realizzare uno dei sogni, che ho conservato per quarantanni in un cassetto. Nei primi cinque anni del nuovo millennio, ho ripreso a studiare, conseguendo il diploma in teologia. A metà del primo decennio degli anni duemila, sono entrato a far parte della scuola trentina come docente di religione cattolica. Nei dieci anni d’insegnamento ho avuto a che fare con bambini delle elementari, ragazzi delle medie, giovani delle scuole professionali e dei licei. Lavorando appassionatamente in questo complicato e affascinante mondo scolastico, ho scoperto di avere un talento che avevo celato: scrivere poesie e riflessioni personali. Oggi, sto cercando di coltivare passo dopo passo questa dote. Ho compreso che scrivere mi fa stare bene e mi eleva. Attraverso gli scritti, lo dico senza pretese, cerco di comprendere e di trasmettere alle persone: la vita, l’uomo e la spiritualità.

    ASPETTAMI
    Ci sono cose che evocano e richiamano volti e ricordi, frammenti di vita, che spesso assomigliano a degli incroci, incroci talora difficili da affrontare. Si chiamano scelte della vita. Scelte quotidiane che t’invitano ad andare oltre ciò che appare. Custodire le scelte passate, poi, si ha il bisogno di fermare il tempo, di leggere parole, lettere, memorie andate con occhi che superano l’evidenza per poi proiettarsi in quelle future. Non si può vivere avendo tutto sotto controllo. Non si può vivere pensando che tutto si possa superare facilmente, passando da un istante all’altro, senza che ciascun passaggio lasci traccia del suo darsi. Qualcosa ci sfugge dalle mani. Non perché siamo incapaci di vivere o di comprendere, ma perché la vita è sempre un po’ più avanti: oppure, ci aspetta, appena un poco più avanti. La vita porta messaggi che chiedono tempo per essere letti e compresi. Dolore e speranza sono passi della vita, sono un passo di danza che canta la ferialità dei giorni. Sarebbe bello che tutto andasse come avevamo pianificato. Ma la vita reale è tessuta da un ordito che solo alla fine diventa leggibile, persino affascinante e in grado di suscitare stupore e gratitudine.
    Questa è la voce della vita: stare un poco più avanti, pronti ad aspettare, per continuare a camminare. “… e se ci dovessimo perdere tra l’ombra degli alberi della sera, io ti aspetterò; se dovessi rimanere indietro io, aspettami tu”. Sì, aspettami, un poco più avanti!

     

    Che cosa

    Che cosa dice una distesa di petali gialli,
    aggrappati al fluttuare incerto nel verde prato?
    Che cosa racconta la corsa spensierata di un bimbo,
    che insegue un colore sfuggente?
    Che cosa rappresenta la traccia del volo di un gabbiano
    sul filo del mare tralucente di sole?

    E’ l’ora dell’arrivederci

    Dovunque il guardo giro, immenso Dio, ti vedo: nell’opre tue t’ammiro, ti riconosco in me”
    (Pietro Metastasio; 3 gennaio 1698 – 12 aprile 1782)

    Vagavo per sentieri sconosciuti, arrivato in cima alla collina, mi sono fermato a osservare la piccola valle. I miei occhi, stanchi dalla fatica e dalla luce intensa, si riempirono dalla visione di fiori variopinti e alberi antichi. Spinto dal vento e poi accompagnato dai raggi del sole, e dal profumo di salsedine, mi sono trovato all’improvviso, davanti ad un portone. La voglia di scoprire che cosa ci fosse dietro quella porta, ha fatto si, che la mano e la forza d’animo m’invitassero a spalancarla. Ed ecco, allora, che i miei occhi si sono riempiti di grande meraviglia: una distesa di spighe gialle si muovevano lentamente, come se sussurrassero al vento, tutte eccitate, la propria felicità. In mezzo al giallo del grano fra i gambi secchi spiccavano qua e là fiori rossi e celesti, cullati dal vento grecale, pronte alla raccolta, interrotte dai muretti a secco. In mezzo alla piantagione, un grande casale che spunta tra le chiome di ulivi secolari o tra filari di vigne vedo una masseria, attorniata anche da palmeti e alberi, affusolati, slanciati verso l’alto. In quest’oasi di pace ho rivisto gente semplice di chi mi ha preceduto e voluto bene. Fermo sul colle, fisso l’orizzonte ad ammirare quest’ angolo di Paradiso, poi, chiusi gli occhi per ascoltare attentamente l’anima dell’universo, mentre il vento mi accarezzava il cuore. Dopo alcuni istanti, inizio la discesa, man mano che mi avvicinavo all’antico borgo, la mano sfiorava con delicatezza le bionde spighe, come se le accarezzassi trasmettendo il mio bene paterno, intanto il vento piegava lo stelo senza che le spezzasse.
    Un comignolo sbuffava fumo bianco, che si confondeva subito con l’atmosfera, dalla casa colonica, un profumo di pane buono e fragrante, mi avvolgeva per inebriarmi e svegliare i sensi, stimolando l’appetito dando calore e gioia alla tavola Agricola. Come una sorta di aromaterapia, la fragranza del pane appena sfornato non solo fa venire l’acquolina in bocca, ma pare riesca a favorire il buonumore, il benessere e rendere le persone più sensibili e ben disposte verso gli altri. Forse tutto questo rimarrà un’immaginazione, oppure un sogno? Non lo saprò mai. Rimarrà in me come una carta da decifrare, un enigma. E’ certo però, che arrivato a questo tratto di vita, con consapevolezza, mi sono voltato indietro per un attimo per salutare tutto ciò che oramai non respira più. Ho consegnato al mistero l’animo del mio passato. La stagione che intravedo e che già vivo è la stagione dell’arrivederci. Un giorno il cuore, trasalirà in una sera deserta. Saranno giorni da mettere sottovuoto, utili a riaprirli allo scadere del tempo, saranno attimi in più, per rubare l’ultimo sguardo al mondo. Sì, è l’ora dell’arrivederci!

    La tradizione Apula, è ancor oggi legata al culto del pane e delle sue varietà, come la celebre “frisedda”, i taralli, le focacce, il famoso «Pane di Altamura». Il paesaggio pugliese è dominato dall’azzurro senza confini del mare, dal luccichio argenteo dei verdeggianti alberi di ulivo. Un tripudio di sapori, profumi, suoni e sensazioni che partono da molto lontano, che si perdono nella notte dei tempi. L’articolazione delle coste ha permesso l’instaurarsi di una fitta rete di contatti con l’Oriente. In questo quadro variegato fra grotte e baie, Virgilio ambientò lo sbarco di Enea in Italia, in una zona della costa salentina, forse vicino a Brindisi; erosa dal moto ondoso del mare, mare che regala a tutti i visitatori gioie e visioni, intrecci di festosi colori, antiche storie e leggende. La vecchia Terra d’Otranto, un territorio, che trasmette una vocazione di stimoli e messaggi tra i più diversi, di affascinare con i miti e i segni dei popoli antichi, divenendo incrocio della cultura del Mediterraneo. Il Salento ha la forza di attirare con i colori e i paesaggi del sole, di far sorridere con i sapori della tavola. Lungo tutto il suo percorso, la Terra d’Otranto, si presenta come un fitto susseguirsi di distese di sassi calcarei mischiati al rosso cupo della terra dei campi, e di bianche case intervallate da vecchi palazzi in pietra leccese. Si possono ammirare immensi campi di ulivi secolari, intervallati a vigneti, dal quale si ottengono vini e olii pregiati che costituiscono il vanto per questa terra. Scoprire questa Terra Antica si apprezza l’atmosfera magica, le numerose meraviglie, il sole caldo, il cielo blu, il mare cristallino, la costa da sogno dai mille disegni, e l’arte barocca.

    Il nome Puglia deriva dal latino Apulia e questo dal greco Apoulìa. Sarebbe dunque la terra degli Apuli. Orazio scrive, che la parola Puglia, deriverebbe da “a-pluvia”, “priva di pioggia”, cioè “assetata, arida”, in relazione non solo al clima ma anche alle caratteristiche del tipo di terreno predominante, cioè la terra rossa. La Daunia e la Peucetia, appartenevano alle terre del nord e del centro, precisamente Foggia e Bari. Mentre a sud era stanziato l’affine popolo dei Messapi che secondo una leggenda deriva dal nome del Re Sale, un mitico re dei Messapi. La parola masseria deriverebbe dal latino “maseria o maserius” come fusione dei termini “mas o maes” (campagna) ed “er” (casa). Queste costruzioni rispondono ad uno stesso criterio costruttivo, che le divide in due parti: l’abitazione del signore, o del “massaro” (responsabile del fondo agricolo), e pertinenze secondarie, dove trovano spazio gli alloggi dei contadini e  la zona lavorativa.

    Come acqua che cade

    Non è sprecata l’inutile acqua, che cade dalla mano,
    che avrebbe voluto contenerla, assaporarla e offrirla.
    Come acqua che scorre è possibile andare, tornare,
    fino al grembo delle sorgenti che sanno generare.
    Alla fine sarà un risalire verso l’Alto,
    seppure come acqua che cade.

     

    Il bambino e la foglia secca

    Sono alcuni anni che nel periodo estivo, vado a fare footing in un parco pubblico. Questo luogo mi ricorda la brughiera lombarda, difatti, è situato nella parte periferica di una cittadina brianzola.
    Ma ci sono tre ragioni che mi hanno convinto ad andare in questo posto per fare un po’ di movimento e stare con me stesso. La prima: la sensazione di benessere che provo quando sono in mezzo alla natura. Credo che sia provocata dal profumo degli alberi e dell’erba fresca, dalla qualità singolare dell’ombra e dalla pace di questi monumenti vegetali, capaci di vivere in silenzio e solitudine. E’ come stare vicino a un santo. La seconda ragione è che ho osservato come i bambini si comportano quando hanno degli alberi intorno. Loro non li guardano con diffidenza, né li osservano come se fossero scontati. I bambini sentono gli alberi, sono curiosi di loro, guardano le foglie e si meravigliano delle forme strane e dei loro colori. Di solito, mentre si gira nel parco, non manca mai qualcuno che arriva con una foglia caduta, e te la regala come se fosse davvero preziosa. Il terzo motivo è la preghiera. In questo luogo posso pregare, ascoltare il mio cuore che mira ad avere un giusto rapporto con Dio. C’è un mondo spirituale intorno a noi del quale facciamo bene a essere consapevoli.

    Alcuni giorni addietro, mentre correvo per i fatti miei, a un tratto si avvicina un bambino, poteva avere cinque anni. In mano aveva una foglia rinsecchita rivolgendosi a me ha detto:”La vuoi? Te la regalo!”. Io, tutto sudato mi sono fermato e gli ho teso la mano per ricevere la foglia. Lo ringraziato dicendogli che era gentile. Il bambino tutto soddisfatto, raggiungeva la madre che era lì, a pochi metri, riprendendo la passeggiata insieme al fratellino.
    Ho apprezzato questo gesto, è stato regale perchè rivolto a me. Donare è un segno semplice, spontaneo che rende felice chi lo fa ma anche chi lo riceve. Il dono è un’azione straordinaria, capace di creare legami tra le persone, difatti, si mette in secondo piano noi stessi per entrare in empatia per ascoltare in silenzio i desideri e la personalità dell’altro. In quel momento, nel parco, passavano diverse persone, ma questo bambino ha scelto me. In quest’azione semplice e profonda, ho letto, un messaggio. Come se il fanciullo mi avesse invitato a far rinverdire questa foglia oramai destinata alla decomposizione. In un primo momento sono rimasto ammutolito, poi, ragionandoci sopra ho compreso che il Mistero mi ha inviato una carezza amica. E’ meraviglioso sapere nella vita, che il Mistero si manifesta anche attraverso le cose semplici. La semplicità fa parte dello stile per comprendere la grammatica di Dio.
    “Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto” (Gv 12,20-33).
    La parola di Gesù ci assicura che anche per noi ci sarà una nuova Primavera. Risorgeremo da morte e questa volta per non morire più.

    L’ascolto

    Nel buio, l’ascolto è come luce.
    Piccola fiamma che scalda e
    spinge avanti, oltre l’inevidenza e
    il non comprensibile di ogni vita.
    L’ascolto infrange la notte:
    è una mano tesa che cerca
    una mano aperta,
    che offre un incontro
    che unisce e sospinge verso la Luce.

     

    Quando Tu verrai

    Questo pomeriggio, dopo aver letto un libro di poesie di Padre Maria Turoldo, è nato in me, un forte desiderio di rilassarmi ascoltando musica italiana. Tra i tanti cantanti, o cantautori che ho registrato nel mio computer, ho scelto gli Homo Sapiens; uno dei tanti complessi della metà degli anni settanta, che hanno accompagnato le liete giornate estive di tanti ragazzi. Tra questi giovani di bella speranza, c’ero anch’io. Il titolo della canzone è: “Un’estate fa”. E’ vero, questa canzone è stata composta dal cantautore romano: Franco Califano, però, molti cantanti, negli anni, si sono cimentati a interpretarla, tra questi, anche Mina. Se non ve la ricordate, cerco di canticchiarla, citando le prime strofe: “Un’estate fa, la storia di noi due, era un po’ come una favola, ma l’estate va e porta via con sé, anche il meglio delle favole…”. Dopo averla ascoltata attentamente, è nato in me, l’esigenza di scrivere qualcosa che, ha provocato forti sensazioni e ricordi, che oramai appartengono al passato. La canzone prosegue dicendo, che alla fine dell’estate, questi due giovani ritornano al proprio paese di origine. Le domande che ora mi pongo sono lecite e anche piene di tanta curiosità. Che cosa sarà rimasto in questi due giovani della loro bella esperienza? Durante l’anno avranno conservato i contatti con lettere o cartoline? L’estate successiva si saranno rivisti? Questo non lo sapremo mai perché la canzone termina, forse, con un addio. A questo proposito deluderò i ragazzi di oggi. Negli anni settanta telefonini, smartphone o altro non esistevano. C’era il telefono fisso in casa, vietato dai genitori per uso personale. L’unica occasione per avere anche un po’ di privacy, era la cabina telefonica a gettoni, una spesa che non ci si poteva permettere. Dopo aver cercato di dare un quadro nitido della situazione dei ragazzi degli anni settanta, ora cerco di spiegare come noi giovani, vivevamo quei momenti indimenticabili con delle considerazioni. A chi non è mai capitato di innamorarsi nei mesi estivi, oppure in un periodo di vacanza? Cosa c’era di più romantico di una passeggiata mano nella mano al tramonto sulla spiaggia? Probabilmente è successo a molti. La giovinezza è una delle stagioni della vita più straordinaria, perché vivi profondamente, le prime cotte e, i primi innamoramenti, le grandi simpatie; anche l’inesperienza fa parte di questo periodo molto bello, difatti, quando ci si trova con amici che abbiamo condiviso quei momenti, ricordiamo con una sana risata, le nostre incapacità di gestire situazioni sentimentali che per alcuni di noi, diventavano degli schetck. Per noi era tutto bello, nonostante la nostra inesperienza con le ragazze. Ma come tutte le vacanze, anche le infatuazioni “sotto l’ombrellone” o” in montagna” nella maggior parte dei casi, sono destinate a finire.
    Oggi è un’altra storia. Quei ragazzi degli anni settanta, sono diventati: uomini e donne con responsabilità di vario genere. Nell’immediatezza di questo presente, mi rendo conto di aver fatto tanta strada, anche salite faticose. A nulla è valso il mio camminare giorno dopo giorno per vivere totalmente, la mia essenza.“Se ti trovi davanti due strade” scriveva Tiziano Terziani: ”una che va in su e una che va in giù, prendi sempre quella che sale”. Andare in salita è faticoso, ma è una sfida e ti porta in alto. Alla fine della scalata, in vetta, ammiri il paesaggio, la fantasia poi, ti aiuta a comprendere che al di là dell’orizzonte c’è un’Oltre e allora, in quell’istante dimentichi le cadute, le soste, il voler ritornare in dietro, il tentativo di prendere scorciatoie e il sudore versato per arrivare in cima.
    Oggi che ho raccolto la mia esperienza, posso attestare che, quando tu verrai, sarà tutta un’altra storia: solo allora, il rimpianto si trasformerà in profezia. Il tuo segno distintivo sarà solo un pezzo di pane spezzato e un sorso di vino condiviso. La pienezza non abita un’altra terra, ma è tessuta di quella ferialità di cui è intriso il nostro camminare nel tempo. Non è altrove il compimento. Non viene dopo, il senso, se nel frattempo ci si lascia sfuggire dalle mani l’esistenza e i frammenti di cui è tessuta. E in questo oggi che si disseta il nostro desiderio di pienezza, la nostra voglia di incontri veri. Essere significativi e significanti sempre, con tutti, con ciascuno, nella verità dell’essere, nel silenzio. E la bellezza si compirà, nel volto e nelle labbra, proprio quando Tu verrai.

    Il nuovo verrà

    Il nuovo verrà.
    Ci potrà passare accanto,
    ci potrà interpellare,
    ma se non lo si vuole affrontare…,
    non ci cambierà.
    Che cosa può accadere nel cuore,
    di chi guarda la notte,
    di chi cerca il nuovo che viene?
    Dove si posa lo sguardo di chi attende?
    Dentro, dentro la vita
    e dentro alle cose.

    Guardo

    Guardo la vita e il mondo da tre anni,
    da quella finestra che illumina una stanza,
    dove il cielo si unisce alla terra.
    Vivo nella linea d’ombra,
    che separa la vita dalla morte,
    cadono le maschere.
    Nudo…, ammiro i miei limiti.

    L’uomo e le stelle

    Una domenica pomeriggio, ci si avvia in una delle valli più grandi del Trentino con alcuni amici. L’Alta Valle di Non è molto affascinante dal punto di vista paesaggistico. I meleti, li troviamo fino a una certa altezza, poi, lasciano spazio a prati erbosi, accarezzati dal vento. I profumi di erba fresca, i fiori, all’apice della bellezza, con colori variopinti, catturano l’olfatto e riempiono gli occhi e l’animo umano. Arrivati a Fondo dopo un’ora circa di viaggio, l’impatto è positivo, è un paese ben curato e accogliente. Il lago Smeraldo, è un buon biglietto da visita, per chi vorrebbe trascorrere una settimana immergendosi nella pace e nel silenzio e perché no, anche nella meditazione. Il cielo azzurro, terso, ci accompagna a visitare una bellezza della natura, formatosi in milioni di anni:”Il Canyon del Rio Sass”. Entrare nelle viscere della terra, per me, è stato una cascata di emozioni. Cunicoli che in alcuni tratti, passava a malapena una persona. Giochi chiaroscuri, con squarci di luce, che si confondevano con le piccolissime gocce d’acqua, che si liberavano nell’aria, facendo intravedere voragini profonde. Man mano che scendevo nelle viscere della terra, mi sono venuti in soccorso, i ricordi e le immaginazioni, così, ho fatto diversi passaggi a ritroso, andando a scomodare, il mio poeta prediletto:”Dante Alighieri”, e un film che avevo visto alla fine degli anni ’70 dal titolo:”Picnic ad Hanging Rock”. Il poeta, nella Divina Commedia, immagina un viaggio ultraterreno. Egli, entra con l’amico Virgilio nelle viscere dell’Inferno, per poi risalire passando attraverso il Purgatorio per arrivare alla meta:”il Paradiso”. Mentre il film di cui alludevo, è ambientato in Australia. E’ la storia di un gruppo di ragazze, che studiavano nel collegio di Appleyard. Come premio, il giorno di san Valentino, si recano in gita ad Hanging Rock, una suggestiva formazione rocciosa, vanto della zona. Tre delle fanciulle scompaiono misteriosamente, e a nulla valgono le ricerche cui partecipano tutti gli abitanti del paese. Dopo una settimana, un ragazzo ritrova una delle scomparse. La giovane non è in grado di dare alcuna spiegazione. Viene alla luce il losco passato della direttrice, ma l’episodio rimarrà sempre avvolto nel mistero.
    Ma quando parlo di mistero che cosa intendo? Ecco che cerco di spiegarmelo con un esempio: “quando amo qualcuno, quando lo amo così tanto che il cuore sembra esplodere. Non ho parole per descrivere quello che provo, tutto mi sembra insufficiente, perché quello che provo è talmente grande che neanche io lo posso cogliere razionalmente, ma solo istintivamente: questo è il “mistero”. Accettare il “mistero” non vuol dire pascersi di ignoranza, non vuol dire spegnere la ragione. Accettare il “mistero” vuol dire accettare ciò che siamo, i nostri limiti, ciò che il nostro istinto sente e la nostra ragione indica anche se non può provarlo, ma vuol dire anche accettare l’altro, chiunque esso sia.
    Solo al termine di questa magica e suggestiva esperienza, durata un’ora circa, luogo, che mi attendeva da milioni di anni, ho compreso: il valore della luce, del sole, delle stelle e del buio. L’uomo come confuso viandante, calato nella luce e nel buio del suo viaggio, cerca di comprendere l’orizzonte della sua meta. E allora, oggi, permettetemi di revocare e di approfondire, il bel finale, recitato dal Sommo Poeta nei tre cantici della Divina Commedia, che termina con la stessa parola, piena di enfasi e di grande Speranza: «Stelle»:

    E quindi uscimmo a riveder le stelle”;
    E di lì uscimmo per rivedere le stelle.
    (Divina Commedia – Inferno – Canto XXXIV)

    puro e disposto a salire alle stelle”;
    purificato e pronto per salire alle stelle (in Paradiso).
    (Divina Commedia – Purgatorio – Canto XXXIII)

    l’amor che move il sole e l’altre stelle”.
    Ormai l’amore divino, che muove il Sole e le altre stelle,
    (Divina Commedia – Paradiso – Canto XXXIII)

    Nella storia, il simbolo della “stella”

    Gli antichi non sapevano cosa fossero davvero le comete, ma le temevano perché la loro comparsa non era prevedibile e sembrava mettere in dubbio la regolarità dell’Universo.
    In base al legame che c’è tra il cosmo e la Terra, è facile capire che esse erano interpretate come annunciatrici di un evento importante, quasi sempre nefasto: guerre, carestie, epidemie, pestilenze. Secondo la tradizione, le comete annunciavano la morte di re o profeti, come nel caso di Giulio Cesare, Maometto e Carlo Magno (per quest’ultimo non è ancora stata trovata evidenza scientifica). La loro comparsa gettava dunque nel panico le corti e si narra che lo stesso Carlo V, saputo dell’arrivo di una cometa, abdicò a favore del figlio.

    Unica eccezione a questo simbolismo negativo è la cometa che avrebbe annunciato la nascita di Cristo, guidando a Betlemme i Magi venuti dall’Oriente.

    L’Immacolata con l’aureola di 12 stelle

    Nell’Apocalisse al dodicesimo capitolo: «Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle». Quella Donna misteriosa, per la tradizione cristiana, è la madre di Gesù. Anche i colori derivano da quel culto: l’ azzurro del cielo e il bianco della purezza verginale. La corona è simbolo di trionfo, di vittoria
    Il dodici era, per la sapienza antica, un simbolo di pienezza. Rievoca i dodici apostoli dell’agnello.

    La Bandiera Europea – Il significato ufficiale

    La corona di stelle dorate sullo sfondo blu del cielo rappresenta la solidarietà e l’armonia tra i popoli d’Europa.
    Il numero delle stelle non dipende dal numero degli Stati membri. Le stelle sono dodici in quanto il numero dodici è tradizionalmente simbolo di perfezione, completezza ed unità.

    La Stella di Davide e il suo significato

    Dall’antico testo di Ermete Trismegisto emerge il significato: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della realtà Una. E poiché tutte le realtà sono e provengono da una, per la mediazione di una, così tutte le realtà sono nate da questa realtà unica mediante adattamento”.

     

    Dopo Adriano e Claudio ecco Massimiliano.

     

    Un’amicizia nata “per caso”: Massimiliano aveva contattato l’Associazione di cui faccio parte (Centro di Psicologia evolutiva intersoggettiva- CEPEI) per poter accedere alla banca dati dei sogni e il Presidente dell’Associazione ha chiesto se qualcuno di noi voleva rispondere alla sua richiesta.

    Da questo primo contatto è nato, piano piano, un bel rapporto che dal piano professionale si è trasformato in un rapporto di amicizia e di condivisione di esperienze.

    Massimiliano è un “ricercatore” appassionato a cui piace approfondire le esperienze della vita con un, apertura particolare al mondo della psiche.

    Gli mando volentieri i miei sogni che, grazie al metodo interpretativo da lui creato in modo originale (=l’interpretazione del sogno grazie all’aiuto dei 22 Arcani Maggiori dei Tarocchi), mi restituisce donandomi una chiave di lettura veramente profonda.

    Lascio a lui la parola:

    Chi sono? Cosa sono? È dura dare una risposta, mi ritengo un essere eccessivamente poliedrico. Con gli amici spesso ricorro alla battuta: “sono un uomo dalle mille facce, tutte quante da c**o!”.

    Sono il tipico esempio di “intuitivo”, uno di quelli che si fa catturare da mille passioni, e ogni volta che una nuova passione mi conquista, mi rapisce completamente. Tra le mie varie passioni citerei la storia, l’archeologia industriale, la strategia militare, la musica, l’esplorazione. Ecco, se volessi trovare un elemento comune a tutte le mie passioni utilizzerei proprio il termine esplorazione. L’esplorazione è, in fin dei conti, un approfondimento di ciò che non si conosce, esattamente come l’inconscio.

    Qualche anno fa tutto il quadro apparentemente sconnesso della mia poliedricità è divenuto più chiaro e coerente alla luce della scoperta di uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi ed esploratore dell’inconscio per antonomasia: Carl Gustav Jung. Mi ha guidato alla sua scoperta una delle mie altre grandissime passioni, l’esplorazione del sogno. Da quasi dieci anni tengo più o meno regolarmente un “diario dei sogni” e il mondo onirico mi ha sempre affascinato. Abbinando lo studio di Jung ad un’altra mia passione, i Tarocchi, il mio inconscio ha partorito fulmineamente una metodologia di interpretazione del sogno basata sul linguaggio simbolico dei Tarocchi, una tecnica che poi ho messo a punto e denominato OniroTarologia.

    Ho scritto un libro per descrivere questa tecnica, un libro “seminale” e scritto di getto, cui sono però molto affezionato. E’ stato proprio durante la scrittura del libro che mi sono imbattuto nel sito di CEPEI, e attraverso questo, ho conosciuto Giuseppe.

    Da allora (sono passati quasi quattro anni?) abbiamo instaurato una bella amicizia, che ci ha portati spesso a condividere spunti e riflessioni su Jung ed il mondo onirico e a collaborare sull’interpretazione di alcuni sogni “reali”.

    Un sogno elaborato grazie ai Tarocchi :

    Mi trovo in una Chiesa e mi iene chiesto  di leggere una lettura della messa dall’ambone. Prima di me sale un altro lettore che legge tranquillamente, ma quando salgo io non riesco a farlo perché ci sono dei  fogli con scritte molto in piccolo. Rimango lì cercando di decifrare il testo, ma non riesco proprio. Vado allora a cercare gli occhiali ma quando li metto e riesco a vedere il testo mi rendo conto che non c’entra nulla con le letture della messa. Non so cosa fare,rimango lì in silenzio mentre tutti mi  osservano (anche il prete..) ma nessuno dice né fa nulla. Il tempo passa in questa situazione. Rimango lì e non so cosa fare e nessuno mi viene in aiuto”.

    Prima di inoltrarmi nell’interpretazione, metto sul tavolo i vari Arcani, per visualizzare la sequenza del sogno. 

    Come introduzione, mi salta subito all’occhio la Papessa, sia per l’ambiente ecclesiale, sia per il tema della lettura (il libro che tiene sulle gambe). Nello sviluppo del racconto, si evidenzia il tentativo di mettere a fuoco lo scritto, ricorrendo alle lenti. Questi elementi mi fanno scegliere l’Eremita: accostandolo alla Papessa, sembra che la sua lanterna si accosti alla Papessa per illuminarla, per mettere a fuoco lo scritto; gli stessi occhiali possono ricordare il tema della lanterna: un supporto “artificiale” di vetro che cerca di illuminare il mistero. Lo stesso Eremita può sembrare anche il prete in attesa della tua lettura e può descrivere il silenzio ecclesiale che circonda il tuo intervento, compreso il tuo restare in silenzio, e anche il tempo che passa senza che nulla accada.

      

    Con questa disposizione, l’interpretazione si basa sul contrasto tra la chiesa/Papessa come istituzione, con le sue regole e i suoi formalismi cerimoniali, e la libera e solitaria ricerca interiore dell’Eremita. Sono due ambiti apparentemente incompatibili, come se lo scritto che possiamo pensare essere stato scritto dall’Eremita (= dal tuo lato “Eremitesco”) non possa essere conciliabile con l’assemblea istituzionalizzata della Chiesa (= il tuo “credo” formale cristallizzato), come se fosse fuori luogo…ma non per questo meno valido! Il tuo Io onirico sente l’ansia, si sente sotto pressione, cerca aiuto fuori da sé, è timoroso che questo messaggio apparentemente fuori luogo non sia adeguato alle aspettative della Chiesa/Papessa…ma l’assemblea non vibra alcuna protesta, non sembra farti premura, sembra anzi concederti tutto il tempo per introdurre, con tutta calma e senza fretta, l’espressione del tuo credo informale. Per cercare, in sostanza, una posizione mediatrice tra i due ambiti così apparentemente separati. L’intervento prima del tuo è stato fatto presumibilmente dalla tua Ombra, più spontanea e meno legata ai formalismi cerimoniali.

    Per far scaturire altre intuizioni potresti provare a scrivere (con immaginazione attiva?) una sintesi di quello che stavi per leggere durante la cerimonia e ragionare sul perché lo trovi inadeguato rispetto alle aspettative della tua Papessa.

    Che ne dici? Spero di averti suggerito qualche pista d’indagine da seguire!

    Massimiliano è “visitabile” e contattabile sul sito: 

    E al blog:  https://onirotarologia.wordpress.com/

     

     

    Dopo tre amici maschi, Adriano, Claudio e Massimiliano, ecco – finalmente – un’amica : Maria.
    Condividiamo l’amicizia dall’inizio degli anni “70. Un’amicizia, dunque che ci accompagna da una vita e che resiste all’usura del tempo che passa.
    A lei ho dedicato,nel 1999, una poesia che ben la descrive e racconta altresì la nostra amicizia:

    Amica
    Piccola stella
    smarrita,
    alla ricerca di cielo
    e di calore.
    Cuore che piange
    e trema,
    smarrito nella notte.
    Ciò che pensi di essere
    è solo retaggio
    scolorito dal tempo.
    Tu:
    tenerezza,
    lieve brezza mattutina,
    splendente giornata di sole,
    fiordalisi in un campo di grano,
    acqua sorgiva
    che accoglie e disseta,
    profumo di tempi antichi.
    Tu:
    meraviglioso dono d’amore
    scaturito dal cuore di Dio
    per inebriare la mia solitudine
    e rendere soave il passo
    di chi ha la fortuna
    di camminarti accanto.
    Dolce,cara e semplice Maria.
    Maggio 1999

    Ancora una volta ringrazio Giuseppe per questa opportunità che mi ha offerto e volentieri mi prendo questo angolo nel suo sito.
    Giuseppe è il mio unico amico maschio, l’amico di una vita, sia perché ci siamo incontrati da ragazzi ( sedici anni io e diciannove lui), sia perché ci siamo voluti bene e sostenuti a vicenda per tutti questi anni trascorsi da allora. In realtà lui ha sostenuto me più di quanto io abbia fatto con lui. Ha creduto sempre nelle mie capacità e sempre mi ha incoraggiata a cogliere occasioni di crescita professionale e umana.
    Abbiamo studiato insieme tante volte, abbiamo vissuto momenti di purissima gioia e intenso dolore; siamo proprio cresciuti insieme e adesso che siamo “adulti datati”, quando ci incontriamo sentiamo che si incontrano e si ritrovano anche quei due ragazzi che eravamo, ingenui e pieni di speranze e di sogni e di paure.
    Io lavoro come pedagogista, counsellor e formatrice in ambito psicopedagogico e perciò con Giuseppe siamo colleghi; a volte ci passiamo incarichi di lavoro o ci inviamo (come si dice in gergo professionale) clienti e pazienti. E anche in questo è sempre stato lui ad affidarmi del lavoro, dato che per primo ha intrapreso la professione e per primo si è trovato nella condizione di essere conosciuto e stimato nei nostri ambienti di lavoro. Io sono approdata molto tempo dopo di lui alla professione d’aiuto poiché dai 18 ai 34 anni ho fatto l’insegnante, e lui mi ha offerto parecchie occasioni (la prima è stato il tirocinio come psicopedagogista nell’allora USL di Mariano, di cui Giuseppe era dirigente) per cimentarmi in nuove esperienze o in contesti non consueti per me, fidandosi della mia competenza professionale.
    Giuseppe c’è stato sempre, per questioni materiali e per faccende di cuore e di anima; quante discussioni filosofiche e quante domande e dubbi e risposte sui massimi sistemi ci siamo goduti assieme, e non solo da ragazzi! Quante volte lui ha ridimensionato le mie ansie e ha ascoltato i miei problemi con la sua calma e il suo sorriso un po’ sardonico, ma sempre affettuoso. Adesso che metto nero su bianco poche frasi per dire chi siamo, lui ed io, mi accorgo di quanto esageratamente fortunata sono stata ad incontrarlo.

    Che dire su di me? Ho una grande passione per le scienze umane e per gli esseri umani, le loro storie, la straordinaria capacità che dimostrano nell’affrontare le difficoltà della vita. Mi piace aiutare i genitori e gli educatori e gli insegnanti a fare il meglio che possono per stare accanto alle persone in crescita. Considero un privilegio fare questo lavoro educativo. Sono convinta che aiutare gli adulti educanti equivalga a rendere migliore il mondo.
    Mi piace leggere e scovare vecchie fotografie, mi piace il cinema e la musica e il teatro. Tutto quello che è ben fatto mi piace. Tutto quello che nutre l’animo umano è ciò che desidero e amo.
    Amo cercare la bellezza ovunque e in chiunque, e quando la trovo, mi sento profondamente felice. Da brava analista transazionale quale sono, credo nell’OKESS, ovvero nel fatto che in tutti noi c’è la capacità di pensare, di scegliere e decidere per noi stessi, la capacità di essere responsabili dei nostri comportamenti e di cambiare quello che ci limita o non ci piace. L’okness è un altro modo per definire la bellezza.
    Mi interesso anche di psicologia energetica e ho scoperto da qualche anno altri punti di vista sulla salute della persona intera, corpo, psiche e spirito. Ho appreso durante una serie di corsi una tecnica efficace di nome EFT-Emotional Freedom Tecnique- tecniche di libertà emotiva. Si fonda sullo stesso principio dell’agopuntura, ma invece degli aghi si usano i polpastrelli. Funziona per sbloccare i meridiani e libera l’energia vitale che è rimasta intrappolata a causa di eventi dolorosi o traumatici. E’ molto più facile a farsi che a dirsi!
    A breve imparerò a livello professionale anche un’altra tecnica, LOGOSINTESI, ideata da un analista transazionale svizzero Willem Lammers.
    Collaboro da quasi vent’anni con l’Università Cattolica di Milano, come tutor di tirocinio degli studenti del Corso di Laurea in Scienze Della Formazione e Dell’Educazione; amo moltissimo anche questo lavoro naturalmente giacchè la bellezza risplende negli occhi dei miei giovani allievi.
    Ho uno studio professionale a Mariano che condivido con mia figlia Valentina Neri, psicologa e psicoterapeuta.
    Per mettersi in contatto con me:
    mariaveri@libero.it

    Suor Lucia,la suora più simpatica che ci sia

    Suor Lucia, la suora più smpatica che ci sia.
    Ho conosciuto suor Lucia nel lontano…ormai, 1979 quando io iniziavo la mia attività di psicologo e lei era maestra di Scuola Materna all’Asilo Laghetto di Giussano.
    Da allora la nostra amicizia è andata sempre più crescendo e non ci siamo più lasciati. Attualmente si trova ad Intra e non insegna più ma aiuta nella Casa di riposo delle suore e continua a fare dei lavoretti creativi uno più bello dell’altro.
    E’ sua la bellissima espressione “Bella gioia” oppure (quando ti iene voglia di riempir di botte qualcuno) “Ma vai a cantare i salmi sul fico”.
    Carissimo Giuseppe “grande amico”,
    mi hai chiesto di scriverti come è nata la nostra amicizia e io lo faccio con semplicità e come l’ho nel cuore.
    Ricordo benissimo: un mattino del 1980 ti sei presentato alla Scuola Materna del laghetto di Giussano chiedendomi di Mirco, un bambino con sindrome di Down: sei andato con lui in refettorio per un’oretta dopo di che me lo hai riportato in classe senza dirmi cosa avrei dovuto fare io… ed allora io ti ho detto: “Ma io cosa posso fare con Mirco? Io sono una semplice suora maestra di Scuola Materna. Ben venga che lei viene per Mirco, ma io cosa posso fare per aiutarlo?”
    Vedo ancora il tuo sorriso e con la tua calma solita mi hai detto: “Se lei è d’accordo, io sono contento di aiutarla e di dirle cosa può fare lei…”.
    Non solo mi hai aiutato con Mirco, ma mi hai anche spiegato come dovevo fare a capire e aiutare, attraverso i disegni e i colori, tutti gli altri bambini. Ogni bambino aveva la propria cartellina e tu non solo guardavi quella di Mirco, ma anche quella di tutti gli altri: mi insegnavi come leggere i disegni di tutti.
    Ecco ,lì è nata la nostra amicizia e non finirò mai di ringraziare il Signore per avermi dato un amico così grande. I tuoi consigli sono più che una medicina e anche nella batosta ultima, dopo il mio arrivo a Pallanza, tu mi hai suggerito “Parla poco, ascolta assai che giammai tu fallirai”.
    Sei stato e sei un vero amico sia nei momenti di gioia del mio essere figlia della carità (25° e 50°) sia nei momenti dolorosi tu eri sempre presente (morte dei miei fratelli…)con la tua discrezione.
    Grazie di vero cuore…di tutto.
    Permetti però di poterti dire pure io,nella mia ignoranza, che ti voglio molto bene e che non finirò mai di dire GRAZIE a Lui per il dono della mia amicizia con te.
    Il Signore ti benedica grande amico!